CENTRO STUDI

La Via di Giufà

La norma semplice del giusto vivere, del sereno morire

Serve ancora parlare di Giufà?

di Francesca M. Corrao

Gli aneddoti di Giufà godono di una fortuna incontrastata da oltre un millennio, viene da chiedersi se oggi facciano ancora ridere, se sollecitano ancora una riflessione più profonda per il sorprendente accostamento di logiche contraddittorie. Qui intendo analizzare questo aspetto attraverso un raffronto con le riflessioni di un filosofo arabo sul personaggio di Giufà.

La globalizzazione ha portato con sé la diffusione di un generalizzato bisogno di identità, e in particolare, nel mondo arabo ha sviluppato l’urgenza di rivitalizzare tradizioni locali che già agli inizi del secolo scorso avevano contribuito a ricostruire il pensiero nazionale. La pubblicazione e la raccolta di antichi aneddoti rispondeva alle esigenze di recupero della tradizione orale.

Oggi in un mondo dominato dalla diffusione mediatica, abituato a bruciare rapidamente le informazioni e le emozioni, ci si chiede quale ruolo possano svolgere questi antichi aneddoti. Per secoli nel mondo islamico e nel Mediterraneo le storie di Giufà hanno tramandato perle di saggezza; nella cultura classica araba erano narrate nell’intervallo tra due storie serie. Anche in Sicilia, come ricorda Leonardo Sciascia, «nell’Epopea del vicinato, tragica, non priva di orrori, le storie di Giufà facevano appunto da farsa: a che non si andasse a letto con il sangue guasto» (Corrao, 2009, 11).

Il personaggio e gli aneddoti di Giufà sono stati molto studiati all’inizio del secolo scorso da studiosi turchi ed arabi, tra questi ultimi spicca il nome di ‘Abbàs Mahmùd al-‘Aqqad (1898-1996).  Al grande intellettuale egiziano è stato dedicato di recente un convegno internazionale al Cairo per ricordare il 50° anniversario della morte. L’opera di al-‘Aqqàd è stata cruciale nello sviluppo del pensiero moderno arabo, ma il suo lavoro è ancora poco noto in Occidente per la complessità del suo linguaggio e per la vastità della produzione. È anche possibile ipotizzare che in Europa abbia avuto minor fortuna di altri intellettuali, come l’egiziano Taha Husayn (1889-1973); perché mirava a rileggere la tradizione classica araba alla luce di quella islamica e, nel confronto con la letteratura europea, ne sottolineava le specificità ed era più restio ad introdurre le innovazioni occidentali.

Leggere l’opera di al-‘Aqqàd è oggi particolarmente significativo nell’orizzonte del nuovo scenario culturale venutosi a delineare nei Paesi del Nord Africa all’indomani delle rivoluzioni arabe. Queste rivolte, nate come conseguenza di un’importante crescita culturale, sono state, e ancora sono ingiustamente chiamate “primavere” in Occidente, per superficialità o inespressa volontà di negare la profondità del portato storico di questo cruciale cambiamento geopolitico. 

A noi qui interessa esaminare il senso che al-‘Aqqàd ha dato al revival degli aneddoti di Giufà in Egitto all’inizio del secolo scorso e mettere a confronto le sue riflessioni con quanto accade oggi nel mondo arabo.

Serve ricordare che al-‘Aqqàd partecipò alla vita intellettuale egiziana sin da giovane dando vita al giornale al-Dustur (la Costituzione) e prendendo parte al movimento nazionalista per la liberazione del Paese dall’occupazione britannica. Fu eletto al parlamento e fu anche imprigionato per aver offeso il re (1930). Prese posizione a favore di una politica liberale, contro gli estremismi del comunismo e del nazismo, e scrisse molte raccolte poetiche e numerosissimi studi su personalità della cultura islamica e araba [1]. Tra i tanti argomenti trattati spicca uno studio su Juhà (Giufà) del 1956 in cui si interroga sulla funzione del riso e della letteratura comica, esponendo al grande pubblico arabo le opinioni su questo tema di Spencer, Bergson e Freud.

Per al-‘Aqqàd tra gli elementi significativi degli aneddoti spiccano gli aspetti buffi della dimensione umana; ricorda che le contraddizioni dell’essere umano che provocano il ridere e la riflessione sono temi presenti anche nel Corano, nella Torah e nei Vangeli. Lo studioso osserva che ogni cultura ha una letteratura comica e che in particolare in ogni Paese si trovano aneddoti di Giufà che si distinguono per i tratti tipici locali. Nota che quando la storia di un Paese attraversa momenti di crisi politica, l’aneddoto comico serve ad alleggerire il senso di disagio sia del singolo verso la comunità, sia della comunità nei confronti del regime oppressivo. Giufà quindi assumerebbe peculiarità nazionali adattandosi in una tradizione storica legata alla cultura di un luogo piuttosto che di un altro.

Questa convinzione è interessante perché non è dissimile da quanto afferma Benedetto Croce nel presentare il libro de Lu cunto de li cunti di Giovan Battista Basile. Il filosofo italiano per distinguere la qualità dell’opera dell’autore napoletano ne esalta l’originalità dei racconti locali. Eppure le prime sette storie di Vardiello riprendono il tema degli aneddoti di Giufà trascritti dalla tradizione orale siciliana da Giuseppe Pitrè[2].

Al-‘Aqqàd sottolinea l’originalità araba quando riporta una storia del Giufà narrata dall’autore più noto di raccolte di aneddoti arabi, al-Maydani (m. 1124).  Ritiene che la storia sia assolutamente araba per cultura e per spirito, eppure la troviamo attualizzata da Leonardo Sciascia nella sua raccolta Il mare color del vino. [3] La storia narra che Giufà uscito all’alba si imbatte in un uomo, detto il canta mattino, lo colpisce e lo getta in un pozzo; il padre sostituisce il cadavere con un montone. Quando i parenti del morto lo cercano, Giufà indica il pozzo ma poi scende e scopre che ha il pelo e quattro zampe e lo lasciano andare. Nella versione siciliana Sciascia narra che Giufà scambia il fastidioso canta mattino con il vescovo, lo uccide e lo butta nel pozzo; il padre di Giufà uccide un montone e lo mette al posto del cadavere, e quando arrivano gli sbirri a cercarlo, Giufà senza stupirsi tira fuori la bestia dal pozzo e viene assolto. Sciascia attualizza con ironia la storia che invece i due studiosi, al-Aqqàd e Croce, figli del loro tempo, cercavano di caratterizzare come tipica della cultura araba l’uno e di quella italiana l’altro.

In parte è vero, come scrive al-Aqqàd, che le storie di Giufà acquistano peculiarità tipiche del luogo in cui vengono adottate, tuttavia mantengono delle caratteristiche che sono universali.  In alcuni casi restano identiche alle versioni più antiche. Alcune storie del Giufà arabo (Juhà) trasmesse da al-Maydani sono infatti di origine indiana; lo sono ad esempio la storia che narra dei topi che mangiano il ferro e quella della nuvola; si trovano infatti raccolte nell’opera dell’undicesimo secolo “L’oceano dei fiumi dei racconti” del Brahmino Somadeva (Corrao, 2010: 126-7).[4]

Qui è interessante evidenziare i temi narrativi: nel primo aneddoto Juhà prima di partire chiede ad un amico di conservare il suo ferro, ma al ritorno l’amico dice che i topi lo hanno mangiato; Juhà, capito l’inganno, sequestra il figlio dell’amico e quando questi lo cerca gli dice che i corvi lo hanno rapito. La storia si conclude con la consegna del ferro e del bambino.

Nell’altro aneddoto Juhà prima di entrare al mercato, temendo che lo derubino, scava un fosso nel deserto e nasconde il denaro; al rientro non lo trova e ad un amico che gli chiede se ha preso un segno di riferimento per individuarlo dice di aver scelto una nuvola. Le due storie indiane sono le stesse di quelle arabe, salvo per un aspetto significativo. Nella versione indiana questi aneddoti sono classificati tra quelli degli aspiranti monaci. Lo stolto sarebbe chi, cercando di approfondire la fede, ancora non riesce a rinunciare all’attaccamento ai beni terreni e talvolta si comporta in maniera contraddittoria, ossia affida i suoi beni a persone o cose inattendibili, perché illusorie o transitorie. L’essere umano che persegue un percorso di approfondimento della fede si affida ad un maestro e al massimo bene, non a beni impermanenti come la nuvola o ad un amico avido.

Questi aneddoti nel mondo arabo sono letti soprattutto in chiave di satira sociale, denunciano la corruzione e la superficialità. Nella cultura popolare turca invece le stesse storie, che sono attribuite a Nasreddin Hoca, si avvicinano di più al significato delle storie indiane, qui però il percorso religioso non è induista, né buddista ma mistico islamico. Il sufi, il mistico che cerca Dio, non deve lasciarsi distrarre dai beni terreni perché è più importante ambire al bene più prezioso della fede. Questa lettura si presta oggi a delle considerazioni particolarmente attuali sui fondamentalismi. Nelle storie arabe vi sono numerosi riferimenti a giudici o a potenti corrotti, ma alcune criticano in particolare gli effetti negativi che risultano dall’eseguire gli ordini alla lettera. Tra queste spicca la celebre storia di Giufà “tirati la porta”, dove si narra che la madre uscendo da casa raccomanda al figlio di “tirarsi la porta” prima di uscire a sua volta; il giovane scardina la porta e se la metta in spalla e raggiunge la madre. L’aneddoto indica che comprendere e dare un senso compiuto e coerente va ben oltre la semplice ricezione delle forme espressive letterali. La rigida ricezione dell’ordine produce una distorsione del significato originale al punto da procurare un danno. Questo aneddoto è rivolto ai piccoli che male interpretano gli ordini degli adulti, ma si adatta anche ad ammonire chi legge in modo rigido la religione, come capita a certi fondamentalisti che snaturano il senso profondo e complessivo dell’insegnamento divino.

Un altro aneddoto mette alla berlina l’arbitrio di chi si proclama interprete assoluto del pensiero di Dio e ci mostra Juhà deciso a non pronunciare un particolare discorso il venerdì in moschea. Quando sale sul pulpito chiede ai fedeli se sanno di cosa parlerà e siccome rispondono negativamente si allontana dicendo che è inutile parlare a chi non sa. Il venerdì successivo riformula la stessa domanda e siccome questa volta gli rispondono affermativamente, dice che è inutile ripetere un discorso a chi crede di conoscerlo e se ne va via. Quando la volta successiva pone ancora la stessa domanda, i fedeli si dividono in due gruppi e alcuni dicono di saperlo e altri di non saperlo, Juhà allora chiede e invita coloro che non sanno a farselo dire da chi è certo di saperlo, e si allontana.   Qui Juhà mette in evidenza la banalizzazione del semplificare e centra l’attenzione sulla necessità di non essere arroganti e superficiali quando si tratta un discorso importante come quello divino.

Molti altri aneddoti, soprattutto quelli turchi di Nasreddin Hoca, diffusi anche nel mondo arabo, criticano l’atteggiamento bigotto di alcuni religiosi. In un aneddoto si narra che al momento del richiamo alla preghiera, mentre tutti si affrettano ad andare verso la moschea, Nasreddin corre nella direzione opposta, e a chi lo interroga sullo strano comportamento risponde dicendo che va a vedere sin dove arriva il richiamo di Dio. La storia vuole sottolineare che l’appello è un richiamo ad ascoltare la voce di Dio, non ad ostentare pubblicamente la propria devozione.

Il filosofo arabo al-‘Aqqàd sostiene che le storie di Giufà fanno ridere perché evidenziano le contraddizioni umane e, come ricorda citando Freud, servono a giustificare le stupidità di certi comportamenti umani, ad alleggerire la rigidità delle interpretazioni. Le sue riflessioni possono servire oggi, in quanto indicano la necessità di tornare a dare priorità ad un comportamento umano, saggio, che cerca di cogliere il senso profondo delle cose, evitando le banalizzazioni semplificanti. Le storie di Giufà invitano a superare il pensiero rigido fondato su pregiudizi e a cogliere la complessità del reale.

Tratto da  Dialoghi Mediterranei, n.8, luglio 2014

 

Note

1 Tra le sue prime raccolte di poesia si ricordano Dìwàn ashjàn al-layl (1921) e Dìwàn wahì ‘l-‘arba’ìn(1942); divenne noto per aver scritto assieme ai poeti Ibràhìm al-Mazìnì e ‘Abd al-Rahmàn Shukrì il celebre studio critico sull’innovazione poetica Dìwàn fì ‘l-naqd wa ‘l-‘adab (1921). Tra i numerosi approfondimenti filosofici si ricordano quello sulla vita del profeta dell’Islam,  ‘Abqariyat Muhammad, e quello sulla vita di  Gesù, Abqariyat al-siddìq; e tra i tanti personaggi politici e letterari studiati spiccano lo studio su Hitler, ‘Hitlir fì ‘l-mizàn (1940), e i saggi letterari ‘Arà’is wa shayàtin, Cairo: al-Hay’at al-‘àmmat li-‘l-kitàb, 1945, Bayna ‘l-kutub wa ‘l-nàs (1952).

2  G. Pitrè (2013), Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, trad, Bianca Lazzaro, Roma: Biblioteca Donzelli, 4 voll.;

G. Pitrè (2013), Il pozzo delle meraviglie, a cura di e trad. B. Lazzaro, Roma: Donzelli, pp. 632-653; L. Gonzenbach, (1999), Fiabe siciliane, ed. Luisa Rubini, Roma: Donzelli,1999; F. M. Corrao (2009), Le storie di Giufà, Palermo: Sellerio.

3  L. Sciascia (1975), Il mare color del vino, Torino: Einaudi

4   Somadeva (1967), L’Oceano dei fiumi dei racconti, Torino: Einaudi, vol. II, p. 776.

Il nome Giufà è quello in uso in Sicilia, Giucca in Toscana, Giaffah in Sardegna.  Lo stesso si chiama Nasreddin Hoca in Turchia; Guhâ nei Paesi Arabi; Zha in Marocco; Gawhâ in Nubia; Ben SiKran nel Sub-Sahara; Guhî in Persia; Abu Nuwas in Siria e Iraq; Djuha in  Algeria e Tunisia.  Ancora: Djoha per gli ebrei, Giocha per quelli sefarditi; Giucà per gli albanesi e le comunità albanesi del trapanese. Egli è il manifestarsi, nella cultura orale di tutto il  bacino del Mediterraneo,  dell’archetipo  universale  dello Sciocco-Furbo-Saggio: figura  nella quale si è arrivato a scorgere, da parte di qualcuno, delle similitudini con il Matto degli Arcani Maggiori dei  Tarocchi e,  da parte di altri,  addirittura, con il Trickster; il  Buffone Divino. Giufà è uso agire per capovolgimenti, accostando ordini e provvedimenti fra loro incompatibili, venendo così a trovarsi, spesso, in situazioni che fanno emergere gli aspetti simbolici e mitici di un carattere, di un modo di essere ed agire per il cui tramite si manifesta una, straordinaria, Forza ideale e metafisica in grado di far superare ogni ostacolo; di qualunque natura esso sia.

Iniziamo proponendo ai lettori un interessante articolo ripreso da

Dialoghi Mediterranei, periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo.

A seguire un prezioso saggio introduttivo sulla Via del biasimo

o di malamat, in ultimo un contributo di Francesco Teruggi.

Francesca Maria Corrao, ordinario di Lingua e Letteratura Araba, Luiss Guido Carli Roma, ha studiato in Italia e al Cairo la cultura del mondo arabo e islamico. Tra le sue pubblicazioni numerosi articoli in sedi internazionali e nazionali e gli approfondimenti su: La rinascita islamica (ed. Laboratorio antropologico, Università di Palermo 1985); Poeti arabi di Sicilia (Mondadori 1987, Mesogea 2001) Le storie di Giufà(Mondadori 1989, Sellerio 2002), Adonis. Ecco il mio nome (Donzelli 2010), Le rivoluzioni arabe. La transizione mediterranea (Mondadori università 2011).

Puoi scaricare la recensione del libro tratta da Quaderni Asiatici cliccando sulla icona PDF qui di fianco:

Il nome adottato richiama, enfatizzandola, la semplicità che caratterizza le attività praticate, ricollegandole idealmente ai precetti propri della Via definita dai Sufi, di MALAMAT o del biasimo.

I frequentanti il cenacolo della Via di Giufà informano la loro pratica di vita ai dettami del Karma Yoga o Yoga dell’Azione. Si tratta del sentiero che utilizza il proprio quotidiano vivere come strumento per il raggiungimento dell’obiettivo finale dell’auto realizzazione.  A differenza del bhakti yoga che utilizza la devozione, del râja yoga che sviluppa tecniche di conoscenza e controllo della mente, dello jñâna yoga che si serve della speculazione filosofica e della conoscenza del Sé, il karma yoga mira all’illuminazione per il tramite dell’agire applicato alla vita di tutti i giorni; della consapevole pratica della quotidianità. Non necessitando particolari nozioni o conoscenze, né specifiche attitudini mistiche o devozionali, è particolarmente indicato per quanti pur sprovvisti: di straordinari talenti, benedizioni, carisma, anelano sinceramente alla Liberazione. È uno dei sentieri più antichi, trovando la sua radice nella Bhagavadgîtâ che ad esso dedica i primi sei capitoli, in particolare il terzo. Nella Via di Giufà il metodo consiste nell’esclusiva attuazione di un unico esercizio, quello della disidentificazione integrale. La tecnica utilizzata è quella della ricerca, voluta e cosciente, della tensione controllata o stress consapevole, così come insegnato da molti maestri spirituali riconosciuti, ad es. G. I. Gurdijeff e Don Juan Matus.  Citando il grande tradizionalista Massimo Scaligero “Costringersi, comandarsi, seguire la via più difficile, assumere positivamente la sopportazione di tutto ciò che è pesante e condizionante, è la via della libera­zione: quanto più la natura animale viene portata a obbe­dire e a rispondere a un ritmo che la domina, tanto più ritorna la potenza del Principio superiore dell'Io, epperò cooperatrice della reintegrazione dell'uomo.”

 

Il Centro non persegue alcuna attività proselitistica, ne consegue che l’adesione è possibile esclusivamente tramite cooptazione.