top of page

La gloria della tentazione

Di Francesco Terrugi

Lo scopo ultimo di qualunque percorso verso lo spirito è il riconoscimento della non-separazione tra l'uomo e Dio, poiché essi sono i due capi opposti di una stessa corda. Solo in questo stato di riunione e di integrazione l'uomo supera finalmente la sua divisione interiore, ricevendo la consegna di una mistica eredità spirituale.

Le Vie percorribili per raggiungere questo stato – quelle vere! - sono molte, ma sono in verità una sola, che è stata declinata nella storia secondo il luogo, il tempo e i costumi presso i quali viene o veniva praticata. La sua esistenza è ancora custodita nelle tradizioni planetarie, seppur privata di alcune parti o adattata secondo la necessità.

Più raramente si è conservata integra nella sua semplicità e complessità poiché “è necessario che, per ogni forma tradizionale, si abbia una o più organizzazioni costituite in base a questa stessa forma, secondo tutte le apparenze, ma composte da uomini che abbiano coscienza di ciò che è al di là di tutte le forme, vale a dire della dottrina unica che è la fonte e l’essenza di tutte le altre, la quale non è nient’altro che la Tradizione primordiale“1Qualunque sia la forma “esteriore” di questa via, essa non viene mai presentata né come facile né come breve. Essa infatti è una lotta continua, senza sosta, è il combattimento spirituale affrontato dai mistici d'oriente e d'occidente, la battaglia contro i “demoni” che ostacolano il riconoscersi. Di questi ha proposto una magistrale, efficace ed ermetica descrizione, tra gli altri, San Marco Eremita, uno dei più celebrati monaci esicasti egiziani, nel V secolo: “l'ignoranza di tutti i mali madre; l'incoscienza, figlia, collaboratrice e istigatrice della prima; la pigrizia che dalle tenebre tesse una lugubre veste per l'anima”.

La pigrizia che, nelle parole dell'asceta egiziano, prepara un vestito di morte per l'anima, pone un interrogativo: se l'anima dell'uomo corre il rischio di rivestirsi di un abito lugubre, da funerale, essa è dunque mortale, soggetta a morire, nonostante sia per definizione eterna? A ciò si ricollegano certamente le possibilità, tanto orientali quanto occidentali, della reincarnazione, della metempsicosi, della trasmigrazione, per cui l'anima torna in questo mondo ciclicamente finché non si è consolidata al punto di poter restare nell'aldilà.

L'uomo che, invece, intraprendendo il combattimento ne esce vincitore, colui che, scendendo nel proprio cuore, raggiunge l'unione con Dio, colui che si è perfezionato nella perfezione, allontanandosi da sé e pervenendo all'unica realtà, si trova nel mistico stato tale per cui, secondo un altro grande asceta nilotico, San Macario l'Egiziano: “l’inesprimibile ed incomprensibile Dio si è abbassato: nella sua bontà ha rivestito le membra del corpo ed ha posto lui stesso un limite alla sua gloria, nella sua clemenza e nel suo amore per gli uomini si trasforma e s’incarna, si unisce profondamente ai Santi, ai pii, ai fedeli e diviene uno stesso Spirito con essi”.

Il segno tangibile di questa conquista è, nella mistica ebraica, la Shekinah, la presenza viva di Dio sul suo eletto, lo spirito biblico primordiale che aleggia sulle acque della creazione e che stende le sue ali (uno suo simbolo è l'aquila o il falco) sul risvegliato. La Qabbala sottolinea da sempre come, anche nella costruzione letterale della parola, se ne possa rintracciare la potenza vivificatrice e trasformatrice (via, verità e vita...) Il nome è infatti composto dalle lettere S= Scin= Viene; K= Kaf= Penetra; N= Nun= Trasforma.

La tradizione persiano-zoroastriana chiama questo “potere”, che discende sui grandi uomini di ogni tempo, Hvareno (khwarrah, xarenah, farrah), nome che sembra avere un'origine etimologica nella radice “ater” o “atar” della lingua Parsi, che significa “fuoco”. Di esso si parla diffusamente in uno degli Inni di Lode contenuti nell'Avesta (la raccolta dei libri sacri mazdeisti), il diciannovesimo, ZAMYAD YASHT. Impropriamente detto "Inno alla Terra", poiché non è dedicato ad essa ma è opera propria del Genio della Terra, è una descrizione accurata e poetica delle montagne e della gloria regale (kavaem Hvareno), la cui protezione viene invocata, insieme a quella della Terra: Ahura Mazda, il sole, è colui che concede il hvareno ai suoi protetti che se ne rendono degni, come accade al mitico re Yima.

Tracce di questo misterioso potere si ritrovano anche nelle Upanishad indiane, nella storia del re Naciketas e del “srnka” (il fuoco che è all'origine del mondo) che gli viene donato da Yama, signore degli Inferi. Il termine, che compare soltanto due volte nella letteratura sanscrita, significa letteralmente “disco di abbondanza” o “anello di abbondanza” e richiama l'aureola cristiana quanto i dischi solari egizi e mesopotamici.

Non sembrano poi esserci dubbi sull'identità tra la regalità di Siddartha e quella dei grandi uomini “incoronati” persiani e indiani. A Kara Tepe vicino a Termez (nell'attuale Uzbekistan), tra gli affreschi del II secolo a.C. ne è ancora visibile uno che rappresenta il Buddha in meditazione con il capo circondato di fiamme, sotto cui è scritto “Buddha Mazda”, a indicare che i due sono una cosa sola. Infine, la misteriosa tradizione si suppone essere giunta in occidente, dove fu cristianizzata nel “nimbus” o “aureola” attribuita ai Santi, ai Profeti e al Cristo, attraverso il Mitraismo, tanto caro ai legionari romani, che identificava Ahura-Mazdacome un alter-ego di Mitra2.

Quanto alla natura di questo hvareno, fuoco sacro, sempre l'Avesta lo descrive come un insieme, in realtà, di ben tre diversi fuochi o come un fuoco di tre diverse specie: il primo è quello che rende i dottori sapienti e abili, il secondo riguarda la scienza militare, il terzo la scienza agricola. Il re, che è patrono di tutte queste classi di saggi, è il detentore della gloria suprema che scaturisce dai tre fuochi. A ciò potrebbe pure riferirsi l'indicazione, custodita nella cultura Sufi, dell'esistenza di una “benedizione” antica, di un privilegio riservato all'uomo in cammino verso la realizzazione della propria natura divina. Il primo “fuoco” che potrebbe accendersi sul suo capo, sempre secondo i mistici mediorientali, è proprio di tipo “agricolo” o per meglio dire “agreste”, quello stesso fuoco che ha animato anche molti santi cristiani, rendendoli capaci di ammansire le fiere e parlare con gli animali.

Il Hvareno, può addirittura produrre segni visibili e materiali di sé, variamente indicati nelle diverse tradizioni: abod in ebraico; khàris in greco; Shah-an-Shah in persiano, melannu in mesopotamico, guāngbèi 光背 in cinese, nimbus nel latino antico; la corona raggiata di Elios nella Grecia antica, ecc. Alla stessa idea possono essere ricondotti anche i Laksana del Buddha, i 32 segni maggiori (più gli altri 96 minori) della sua “liberazione”.

Esso si rende visibile a vantaggio non di chi ne è già rivestito, bensì di chi ancora non lo possiede, quale indicazione della via da seguire per cercarlo. Proprio questa caratteristica lo rende “pericoloso” per chi lo possiede. Contrariamente a quanto comunemente si crede, infatti, il privilegio del Hvareno non è permanente, ma va continuamente meritato. Anzi, è facile perderlo e perdersi in esso. Poiché è un tocco “regale”, di comando, chi ne è rivestito ha un grande potere di attrazione, al quale pochi sanno e possono resistere, con il rischio di diventare oggetto di idolatria, di peccare di superbia.

Il risvegliato deve conservarsi “mezzo” per gli altri, piuttosto che divenire egli stesso hvareno per chi gli tributa gli onori che andrebbero riservati solo a un Dio. La superbia quindi porta al ritrarsi del  hvareno come accade secondo l'Avesta al re Yima che, dopo esserne stato "incoronato di gloria", perde di vista il riferimento spirituale. Da lui il fuoco si ritrae in tre fasi, come tre sono i fuochi di cui è composto, finchè il re viene precipitato negli inferi. Il modo corretto di agire che la tradizione conserva è invece quello che i Sufi chiamano “via del biasimo” o Malamat: cercare rifiuto e disprezzo piuttosto che lodi, per sfuggire alla tentazione di diventare oggetto di adorazione ed essere mezzo di riunione per gli altri; essere nel mondo ma non per il mondo.

La via dunque non è che una ininterrotta fatica, illuminata dalla luce del fuoco hvareno, che non cessa neppure quando si riesce a raggiungerlo, poiché è fuoco e le fiamme vanno alimentate con costanza affinché continuino a bruciare.

Un'ultima precisazione: il hvareno potrebbe essere addirittura l'ineffabile e misterioso Sacro Graal delle leggende arturiane. Del resto l'origine orientale del “sacro calice” sembrerebbe suggerita anche da una versione della leggenda posteriore a quella di Wolfram Von Eschenbach, in cui a trovare la reliquia sarebbe il fratello di Parzival, Lohengrin, in India.

Note

1 Rene Guenon, Simboli di Scienza Sacra, 1962

2 Per quanto concerne la materia di cui è fatto il Hvareno, lo stesso “spiritus” che nella tradizione ebraica aleggia sulle acque primordiali all'inizio della creazione, si può far riferimento anche al misterioso “Stephane” di cui parla Parmenide e a cui si riferisce probabilmente anche Cleante (come riportato nel De Natura Deorum da Cicerone) a proposito di un fuoco che circonda il mondo.

Bibliografia

Anna Maria Roos, The Possibility of Miracles, 1930

George Robert Stow Mead, Echoes From The Gnosis, 1906-1908

Major Arthur De Bles, How to Distinguish the Saints in Art by Their Costumes, Symbols And Attributes, 1925

William Woodthorpe Tarn, The Greeks in Bactria and India, 2010

René Guénon, Simboli di Scienza Sacra, 1962

Jenny Rose, Zoroastrianism: an introduction, in I.B. Tauris Introductions to religions, 2011

Mircea Eliade , Occultism, Witchcraft, and Cultural Fashions: Essays in Comparative Religion, 1978

Yulia Ustinova, The Supreme Gods of the Bosporan Kingdom: Celestial Aphrodite and the Most High God, 1999

G.I. Gurdjieff, I racconti di Belzebù a suo nipote, 2013

Michel Vâlsan, Sufismo ed Esicasmo, 2000

G.Vannucci, Filocalia. Testi di ascetica e mistica della Chiesa orientale, 1998

Azrat Inayat Khan, In un roseto d'Oriente: un messaggio sufi sull'amore, l'armonia e la Bellezza, 1988

Azrat Inayat Khan, L'Alchimia della felicità (Il vero scopo della vita ), 1996

Francesco Teruggi, scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite", "Agata" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e la Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang-Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militium Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitalieri", "Madonne e sacralità antica tra Novara e l'Olossola" (2014), co-autore del saggio "Mai vivi mai morti". Presidente dell'associazione culturale TRIASUNT, curatore dell'omonimo blog Francesco Teruggi.

bottom of page