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UNA COINCIDENZA SINCRONICA?

DECIDA IL LETTORE

di Elle Emme

 

La formulazione concepita per il nostro dossier  su Emilio Servadio ha trovato concordi tutti i curatori – fermo restando il rammarico per non avervi potuto inserire una concordata  intervista, sulla vita e l’opera dell’illustre studioso, allo psicoterapeuta (di formazione psicosintetica oltre che psicoanalitica e cultore di tematiche tradizionali) Gianni Yoav Dattilo, che speriamo comunque poter realizzare in futuro* – parimenti convinti, pure, dell’importanza dello scritto Ancora in tema di reincarnazione, ove, lo psicoanalista cede parola al maestro sapienziale che  riesce a magistralmente condensare in tre succinte paginette, ciò che è essenziale sapere sulla reincarnazione.

Per completezza d’informazione si è reputato utile soffermarsi pure su un avvenimento (correlabile con quanto sopra esposto?) che si ritiene, comunque, opportuno condividere, lasciando ai lettori la scelta di qualsivoglia opzione interpretativa.
È accaduto, dunque, ai curatori delle presenti note, di parecchio appassionarsi all’analisi del tenore della risposta data, all’epoca, da Servadio alla lettrice Cobaltina Morrone:


«…per Cobaltina Morrone, dire che reincarnarsi sia “occupare il corpo di un nascituro” (espressione da me usata) sa di “sottile ironia”. Non direi: Tanto è vero che a essa, Cobaltina oppone un’altra curiosa affermazione: quella secondo cui la faccenda sarebbe del tutto simbolica. Davvero?! Provi a dirlo agli abituali fautori del “reincarnazionismo”, a quelli che vedono il loro “io” empirico di oggi come appartenuto a qualcun altro cinquanta o cent’anni fa, e sentirà la risposta! Le diranno – adoperando, più o meno, parole simili alle mie – che non si tratta affatto di “simbolismo”, bensì di realtà vera e tangibile, di una “occupazione del corpo di un Tizio, che deve ancora venire al mondo, da parte di un Caio, che a questo mondo c’è già stato. Questa non è ironia: è ferma ed esplicita convinzione di chi crede che un Tale, in una vita precedente, sia stato un Talaltro…».  


Appassionarsi al punto, dicevamo, di far perdurare la conversazione persino all'interno di un mercatino dell’usato ove ci si era recati per l’acquisto di un frigo-bar necessitante alla sede dell’associazione culturale che cura la pubblicazione di Elle Emme. Giunti al settore elettrodomestici, la conversazione cessava, constatando, con stupore,  trovarsi, proprio su un  frigo bar un romanzo, lasciatovi,  aperto alle pagine sotto riportate,  da qualcuno che doveva averlo preso dagli scaffali del settore librario; opera il cui titolo citiamo in appresso:


«Anderson si alzò dal letto. Aprì il frigobar, prese una mignon di vodka. Se ne fece cadere qualche goccia sulla lingua, la assaporò e si decise: ingollò tutta la bottiglietta in un sorso solo.
Avvertì una piacevole sensazione di calore, come se una mano lo accarezzasse in punti che nessuno toccava da anni. Sentì la mente che vacillava al pensiero del proprio imminente annientamento. Si passò una mano sulla faccia, la guardò e si stupì nel vederla macchiata di rosso.
Si guardò allo specchio. Dal naso gli colava sulle labbra un rivolo di sangue color ruggine e anche le guance erano sporche di sangue. Non osò guardarsi negli occhi. Si tamponò le narici con due fazzoletti di carta e tornò a letto barcollando. Stava perdendo il controllo: l’alcol l’aveva destabilizzato e si sentiva mancare la terra sotto i piedi come un albero sradicato da un uragano. La sua mente virò all’improvviso, inesorabilmente, verso l’unica cosa alla quale non si concedeva mai di pensare. Verso il dossier che avrebbe fatto a pezzi, se non fosse stato un documento di valore scientifico. Il caso più tragico che gli fosse capitato.

Preeta
Sdraiato sul letto, cercò di ricacciare Preeta là dove l’aveva tenuta segregata per tutti quegli anni, lontano dai pensieri quotidiani, ma non riuscì a fare a meno di vedersela davanti. Una bambina di cinque anni che giocava nel cortile con i fratelli, inseguendo una palla con i capelli al vento. Era stato un piacere studiare una bambina così simpatica, dopo la lunga serie di soggetti timidissimi, maltrattati, nelle pianure paludose lungo la costa.
Preeta Kapoor, esile e graziosa, dai grandi occhi gravi.
L’aveva creduta uno dei suoi casi più convincenti.
Il sole che entrava dalle finestre della casa di cemento.
La madre che si era alzata per chiudere le persiane, e il tavolo di ottone che luccicava nella stanza immersa nella penombra. Le mani che gli sudavano. Il sapore dei dolcetti tondi che gli avevano offerto: zucchero, rose e latte.
In un angolo una statua lignea di Ganesch, il dio che rimuove gli ostacoli. Contro una parete un televisore acceso, sintonizzato su un film di Bollywood che nessuno guardava.
«Preeta ha cominciato a parlare molto tardi» aveva raccontato il padre. «Fino a quattro anni è stata praticamente muta».
«Temevamo che fosse…» La madre aveva fatto una smorfia.
«Ritardata» aveva concluso per lei il marito. «Ma a quattro anni si è messa a parlare. “Devo andare a casa” ha detto».
«” Devo andare a casa a prendere mia figlia” diceva» aveva precisato la madre. «Diceva: “Questa non è casa mia, ho una figlia, devo andare a prendere mia figlia”».
«E voi come avete reagito?»
«Le rispondevamo che adesso la sua vita era questa, che forse quelli erano ricordi di una vita precedente. Ma lei insisteva e poi usava delle parole strane».
«Parole strane?» Aveva bevuto un altro sorso di tè. «In che senso?» «Parole mai sentite» aveva risposto la madre. «Pensavamo che se le inventasse. I bambini lo fanno spesso, no?»
«E cos’ha scoperto?»
L’avvocato aveva agitato un dito con fare ammonitore e aveva detto ad Anderson: «Non indovinerà mai».
Anderson si era sforzato di non perdere la pazienza e aveva accennato un sorriso. L’avvocato, un uomo dalle guance paffute e dall’aria allegra, gli mostrava il fascio di fogli che aveva in mano con uno zelo ben noto. «Sì?»
«Le parole strane che Preeta pronunciava erano in khari, boli, un dialetto dell’Uttar Pradesh occidentale, a più di cinquecento chilometri da qui».
«È sicuro?»
«Al cento per cento!»
Anderson aveva trovato un po’ eccessiva e irritante la sua sicurezza. «E voi non parlate quel dialetto?» aveva domandato ai genitori, che lo guardavano placidi.
«Oh, no».
«Avete parenti o vicini di casa che lo parlano? Conoscenze più o meno ravvicinate?»
«Gliel’ho già chiesto» era saltato su l’avvocato. «Glielo chieda anche lei, se vuole, ma la risposta è no. Dalle nostre parti nessuno parla quel dialetto. È tutto scritto qui».
Gli aveva porto gli appunti e Anderson si era leggermente ammorbidito. L’avvocato non era poi così diverso da lui, alla fine dei conti: aveva documentato ogni cosa e preso nota di tutte le affermazioni fatte dalla bambina fin dalla più tenera età, con tanto di date. «Vorrei poter continuare il lavoro personalmente, ma purtroppo ho anche altre incombenze». Aveva porto a Anderson gli appunti con gli occhietti che brillavano: anche lui era affascinato dal mistero. Anderson aveva guardato i fogli e letto tutte quelle parole nel dialetto khari boli che Preeta conosceva e che per i suoi familiari era assolutamente incomprensibile.
La bambina capiva una lingua che non aveva né studiato né mai sentito parlare: era il primo caso di xenoglossia conclamata che gli capitava di osservare da vicino. Ce n’erano stati altri, ma non così convincenti.
Preeta, una bella bambina, aveva i capelli lucidi e lo sguardo serio.
L’avevano chiamata, ma lei non aveva aperto bocca. Era stato il padre a parlare, sottolineando le frasi con gesti eleganti, mentre la madre serviva un altro vassoio di mandorle tostate, crema inglese alla frutta e quei dolcetti rotondi alla rosa che a Anderson piacevano tanto…«Piange tutte le sere. Piange, e dice che ha nostalgia di sua figlia».
«Si preoccupa per la figlia. Chi si prenderà cura di lei? Dice che suo marito non è un brav’uomo. Nemmeno i suoceri sono brave persone. Dice che voleva tornare da suoi genitori, ma che non gliel’hanno permesso.  Vuole tornare a casa da sua figlia».
E la bambina, seduta a tavola, ascoltava tutto questo in silenzio, la testa china come una scolaretta in castigo, le mani in grembo.
«Ha specificato il villaggio dell’Uttar Pradesh?»
«Sì».
Erano disposti ad andarci. Lui non vedeva l’ora. Sarebbe partito quel pomeriggio stesso, se fosse stato possibile. Invece, avevano dovuto aspettare l’indomani mattina. Pigiati in cinque sul furgoncino che Anderson aveva preso a noleggio, si erano messi in viaggio in mezzo alla campagna indiana. In linea d’aria erano poco più di centocinquanta chilometri, ma c’erano volute quasi nove ore.
I suoceri non li avevano fatti nemmeno entrare. Anderson aveva parlato a lungo sulla porta di casa, a testa bassa nell’afa, cercando di convincerli nel tono più rispettoso e persuasivo possibile, ma quelli erano stati a sentire impassibili e alla fine avevano scosso la testa.
Il problema non era che non gli credevano, ricordò di aver pensato all’epoca. Per loro era possibile che quella bambina fosse la nuora reincarnata, però non la volevano fra i piedi, né in quella vita né in un’altra. Si erano addirittura rifiutati di darle il nome dei genitori dell’incarnazione precedente di Preetta e di dirle in quale città viveva prima di sposare il loro figlio. La bambina taceva. I suoi ricordi, chissà perché, riguardavano soltanto quel posto lì e nient’altro.
«Possiamo vedere la figlia?» aveva chiesto Anderson un attimo prima che gli chiudessero la porta in faccia. «La figlia di Sucheta. È in casa?»
«Non c’è nessuna figlia».
I vicini di casa avevano raccontato una storia diversa. Sucheta aveva avuto una bambina, che però era morta. Nessuno sapeva come.
Preeta aveva incassato la notizia senza fiatare. Aveva ringraziato i vicini (chiamandone due per nome) e aveva imboccato con passo deciso un sentiero che portava al fiume, dove le donne del villaggio stavano facendo il bucato. Anderson aveva preso appunti, scrivendo veloce con la penna blu su un blocco di carta gialla, mentre Preeta con la voce un po’ rauca da bambina raccontava alle donne come l’avevano trattata il marito e i suoceri. A quattordici anni, sola in un villaggio lontanissimo da quello dei suoi genitori, aveva partorito una bambina e, due anni dopo, era rimasta di nuovo incinta e aveva dato alla luce un’altra femmina. La suocera aveva fatto da levatrice.
La seconda figlia le era stata portata via immediatamente.
Era nata morta, le avevano detto, ma lei sapeva che non era vero, l’aveva sentita piangere.
Quella sera stessa, quando li aveva accusati di aver ucciso la sua bambina, l’avevano picchiata, l’avevano presa a calci in faccia e nella pancia. Il dolore era stato tale che aveva creduto di dover ancora partorire, di avere ancora la bambina nel ventre. Invece aveva espulso un ammasso nerastro, sanguinolento.
Forse sarebbe morta comunque, dissanguata da un’emorragia post-partum.
Ma nessuno lo seppe mai, perché la mattina dopo Sicheta si era gettata nel fiume Yamuna.
Preeta aveva raccontato questa storia tutto d’un fiato, con una scioltezza di linguaggio eccessiva per una bambina della sua età e con la voce roca, in piedi sulla riva del fiume fangoso, mentre le donne battevano i panni sulle pietre e Anderson scriveva velocissimo, una pagina dopo l’altra.
Aveva preso nota di tutto.
Le nove ore del viaggio di ritorno erano trascorse in silenzio. Anche la bambina taceva.
Aveva promesso che sarebbe tornato a trovarli, che nel suo prossimo viaggio in India avrebbe intervistato nuovamente Preeta per vedere quanto ancora ricordava della vita precedente. Il padre gli aveva stretto la mano energicamente e la bambina l’aveva sorpreso aggrappandosi alle sue gambe al momento di congedarsi.
Preeta, dai capelli lucidi e dallo sguardo serio, lo aveva salutato con la mano nel cortile…
Quel ricordo invase la mente come il profumo dei gelsomini e l’odore del fango rosso.
Di solito cercava di ricontattare i soggetti migliori a distanza di qualche anno. Ma in quel periodo della sua vita era molto occupato, tra il lavoro sul campo in Sri Lanka, Thailandia e Libano, la creazione dell’istituto, gli articoli per le riviste scientifiche, la pubblicazione e la promozione del suo primo libro, nella speranza che venisse recensito su riviste autorevoli. Ciò gli aveva richiesto molto tempo ed erano passati quattro anni prima che tornasse in quella regione dell’India.
Aveva scritto una lettera annunciando la propria visita, ma non aveva ricevuto risposta e allora aveva fatto quello che faceva di solito in situazioni di quel genere: si era recato direttamente sul posto.
Ad aprirgli era stata la madre, distratta, con un bambino piccolo in braccio, e quando lo aveva visto era trasalita.
Poi, nella stanza in cui lo avevano ricevuto la prima volta, gli aveva spiegato che erano tornati al villaggio nell’Uttar Pradesh senza di lui. La stanza era esattamente come lui la ricordava, con le persiane accostate, il tavolo di ottone che luccicava nella penombra, la statua lignea di Ganesh in un angolo. La seconda volta era stata la madre a parlare e il padre era rimasto in disparte, ad ascoltare in silenzio.
Gli aveva mostrato una foto di Preeta a nove anni: bellissima, longilinea, aggraziata, con un sorriso malinconico sulle labbra. Li aveva implorati di tornare nell’Uttar Pradesh, di riportarla a vedere il villaggio, e dopo un po’ i genitori avevano ceduto alle sue suppliche. Il padre di tanto in tanto si recava in quella zona per lavoro, vendeva stoffe in una città non lontana, e l’aveva portata con sé. Si erano fermati per la notte in una casa del villaggio che occasionalmente fungeva da locanda.
La mattina seguente, quando il padre si era svegliato, Preeta non c’era più.

Lo stesso fiume, due volte.
Secondo la gente del villaggio, la bambina non aveva dato segni di esitazione. Era andata dritta al fiume ed era scesa lungo l’argine, trascinando nel fango rosso l’orlo del sari, lo strascico verde mare che ondeggiava come una bandiera nell’acqua grigia del fiume. Era successo tutto molto in fretta. I commercianti che si preparavano per il mercato erano ammutoliti. Avevano guardato in silenzio, scioccati, la testa scura che andava su e giù e la stoffa verde che si allargava sull’acqua grigiastra e poi affondava, diventando sempre più scura, travolta dal grigio, quando la corrente l’aveva portata oltre l’ansa del fiume.
Nessuno si era tuffato per cercare di salvarla. Non la conoscevano. Era una sconosciuta in un piccolo villaggio. Il fiume era pericoloso. Il corpo non era mai stato ritrovato. A Anderson era mancata l’aria. Mortificato, aveva ringraziato con un filo di voce i genitori di Preeta per avergli raccontato la loro storia ed era uscito barcollando sotto la pioggia monsonica. Era rimasto lì, ad infradiciarsi, e per un attimo gli era parso che fosse stata sua figlia a compiere quel gesto estremo. Si sentiva come se avesse perso una figlia.
Se lui non fosse andato a cercarli, non si sarebbero mai recati nel villaggio dell’Uttar Pradesh e la bambina piano piano avrebbe dimenticato.
Restavano comunque testimonianze da raccogliere nel villaggio, bisognava intervistare chi aveva assistito all’annegamento. Anderson aveva fatto le sue ricerche, aveva preso nota di tutto, scrivendo con la penna blu sul blocco giallo quel che gli raccontavano i testimoni, ma con l’occhio della mente aveva continuato a vedere il fiume fangoso, la testa scura che ondeggiava sul pelo dell’acqua. Non osava guardare davvero il fiume, però: temeva di buttarcisi anche lui.
Quella sera si era ubriacato. Sperava di trovare pace nell’oblio, ma le domande continuavano ad assillarlo, come corvi che aspettavano soltanto che lui aprisse uno spiraglio per avventarglisi in faccia tutti insieme.
Era stata colpa sua.
Era colpa sua se il corpo della bambina si trovava ora in fondo a quel fiume. Colpa sua, se Preeta non avrebbe mai avuto una vita o dei figli.
La sua ricerca era non soltanto inutile, ma dannosa.
Aveva sempre creduto nella lucidità, nella necessità di guardare la realtà per quella che era, di non cercare conforto in illusioni e proiezioni e di accettare i risultati ottenuti. A quel punto, perciò, non poteva non porsi un interrogativo: che senso aveva rinascere per vivere di nuovo la sofferenza della vita precedente? Che motivo c’era? Che cosa voleva dire?
All’improvviso si era reso conto, per la prima volta, che la fuga e il nichilismo avevano un fascino. Ma la sua anima di scienziato l’aveva aiutato a non crollare, parlandogli in modo chiaro e fermo in mezzo alla confusione provocata da dolore e sensi di colpa: forse, come le fobie e i tratti caratteriali, anche l’istinto suicida si trasmetteva da una vita all’altra. Forse certi conflitti irrisolti erano così gravi e potenti da tramandarsi nelle vite successive al pari di difetti o segni congeniti incancellabili.
Non era religioso e non pregava mai, ma quel giorno, sulla riva del fiume che non osava guardare, aveva recitato una preghiera augurandosi che l’incarnazione successiva portasse Preeta molto lontano da lì.
Era riuscito a risollevarsi dalla disperazione con la forza di volontà. In treno, durante il lungo viaggio di ritorno a Calcutta, l’astinenza dall’alcol l’aveva tormentato: aveva i nervi a fior di pelle e le mani che gli tremavano, a dimostrazione di una dipendenza di cui fino a quel momento aveva avuto solo una vaga consapevolezza.
Quando era finalmente riemerso, sobrio e molto provato, aveva capito che c’erano domande che non poteva porsi, affetti che non poteva permettersi. Era l’unico modo per andare avanti. E in quel modo era andato avanti, dedicandosi interamente al lavoro.
Fino a quella sera.
Nel frigo bar del motel c’erano altre mignon, un’intera fila di bottigliette. Lo aprì con la chiave e le guardò a lungo. Gli sembrava di aver smesso di bere da pochi giorni, anziché da decine di anni. Il bisogno di annegare i ricordi nell’alcol lo aveva aspettato pazientemente al varco per tutto quel tempo. Mi arrendo, pensò e prese un’altra vodka.
No.
Corse in bagno a sputare e a sciacquarsi la bocca. Si lavò i denti due volte. No, no, no. Non dopo così tanto tempo. Buttò la chiave del frigo bar nel gabinetto e tirò lo sciacquone, ma la chiave rimase sul fondo della tazza, luccicante come un tesoro sommerso…».


Riportiamo anche uno stralcio tratto dalla pagina dei ringraziamenti espressi dall’Autrice:
«L’ispirazione per questo libro mi è venuta dall’opera di Ian Stevenson e Jim Tucker, ricercatori presso la Division of Perceptual Studies della Facoltà di Medicina della University of Virginia.
Devo molto al dottor Tucker, che mi ha concesso numerosi colloqui e mi ha permesso di citare in un’opera di fantasia brani del suo saggio Life Before Life: Children’s Memories of Previous Lives (il bambino che visse due volte. I ricordi infantili e il mistero di vite precedenti, Sperling & Kupfer 2009, trad. di Marilisa Santarone). Gran parte delle idee di Anderson sul perché i bambini ricordino vite precedenti è stata attinta da un capitolo di un altro interessantissimo testo del dottor Tucker, Return to Life: Extraodinary Cases of Children Vho Remember Past Lives.
Per chi desidera approfondire,  Old Souls di Tom Shroder offre un avvincente resoconto della vita e degli studi del dottor Ian Stevenson; Children Who Remember Previous Lives di Ian Stevenson (Bambini che ricordano altre vite: Una conferma della reincarnazione, Roma, Mediterranee, 1991, trad. di Mara Grillini e Eduardo Hess) dà un quadro generale del suo approccio…».

(Brani tratti da L’altro figlio, di Sharon Guskin, Neri Pozza Editore, trad. di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, Vicenza, 2017, € 18,00).

Come già detto all’inizio, siano i lettori a giudicare se all’episodio riportato può essere attribuita quella particolare significatività (differente dalla mera casualità e correlata ai piani sottili) sulla quale C. G. Yung elaborò la ben nota teoria delle coincidenze sincroniche.

In chiusura, piace precisare che il verso
«…i vostri figli non sono i vostri figli […] e benché stiano con voi non vi appartengono…», verso riferito, da uno dei personaggi del romanzo, essere parte del testo di un brano del repertorio del gruppo vocale gospel, Sweet Honey in the Rock è, ab origine, una delle strofe de “I figli”, componimento poetico facente parte la famosa opera Il Profeta.


 

I FIGLI
 

«E una donna che reggeva un bambino al seno domandò:
parlaci dei Figli.
Ed egli disse:
i vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi.
E non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri.
Poi che essi hanno i loro pensieri,
potete custodie i loro corpi, ma non le anime loro,
poi che abitano case future, che neppure in sogno potrete
visitare.
Cercherete d’imitarli, ma non potete farli simili a voi,
poi che la vita procede e non s’attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive,
sono scoccati lontano.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito, e con la
forza vi tende, affinché le su frecce vadano rapide e lontane.
In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere;
poi che, come ama il volo della freccia, così l’immobilità
dell’arco».

 


A riguardo dell’Autore dell’opera appena citata, riteniamo utile riportare quanto contenuto nell’introduzione di Gian Piero Bona a Il Profeta, di Gibran Kahlil Gibran:
«…Per chi conobbe K. Gibran come me, i veli appaiono molto sottili e trasparenti. I dodici anni che Almustafà trascorse in attesa della sua nave sono gli anni vissuti da Gibran in America, fino alla stesura del Profeta. La città di Orfalese è Nuova York. Almìtra, la sacerdotessa che per «prima lo cercò e credette in lui» «è Mary Askell. «La sua isola nativa» è il Libano. La sua «promessa di fare ritorno al popolo di Orfalese» è la sua fede nella «reincarnazione». L’antico principio mistico che abbraccia gran parte dell’Oriente, sebbene il poeta fosse stato cristiano, abbracciò anche lui: Egli fu un vecchio arabo, non dimentichiamolo, convinto che colui che abbandona la terra con le proprie colpe, è costretto a rinascere finché non riuscirà a infrangere l’ultimo legame con la terra stessa. In una luce più chiara, tuttavia, possiamo assumere Orfalese a simbolo del mondo e l’esilio di Amustafà a distacco dello spirito individuale dall’Assoluto, durante il suo pellegrinaggio terreno. «L’isola nativa» diverrebbe così il cuore dell’Assoluto o il centro della Vita universale»  


Elle Emme

*Caro Pasquale,

Ti ringrazio molto dell'affettuosa risposta, nonché della fiducia e della stima, peraltro reciproche.

Prima di partecipare con un mio contributo, però, vorrei prendere accurata visione del sito "evoliano" di cui tu parli, per valutarne una mia eventuale "compatibilità".

Confido tu comprenda le mie "ragionevoli perplessità" ad essere inserito in un contesto ideologico e politico in cui potrei non riconoscermi pienamente.

Un caro saluto

Gianni

(mail ricevuta in data sabato 09/12/2017 21:40)

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