ANCORA IN TEMA DI REINCARNAZIONE

di Emilio Servadio

Era prevedibile che il mio articolo «Natura e modalità della reincarnazione» (Solstitium Anno VIII Numero 1) avrebbe pro­vocato qualche reazione. Debbo dire che i consensi, finora, hanno largamente superato i dissensi: anzi, che l'unico dissenso è stato quello manifestato dall'abbonata alla Rivista «Luce e Ombra» Cobaltina (che splendido nome!) Morrone, alla quale cercherò di rispondere, chiarendo qualche mia idea, e rettificando -spero- qualche suo giudizio.

In primo luogo, rilevo che nella prima pagina del mio articolo c'era un piccolo sbaglio di stampa. Io avevo scritto: «il modo abituale e quotidiano in cui si sente il proprio io». Quel «si» è stato omesso nel testo, e non è colpa di Cobaltina Morrone se è stato analogamente « saltato »  nel suo scritto.

Ma ora mi preme di entrare in medias res. Cobaltina ritiene che l'identificazione tra il nostro abituale, empirico senso del­l'io, e ciò che dovrebbe reincarnarsi, sia tipica di gente super­ficiale e ignorante. Non è cosi, purtroppo. Si può essere colti ed eruditi, e pensare alla reincarnazione più o mono in tali ter­mini. Solo in testi tradizionali e iniziatici si può trovare quella «sconfessione» dell'io empirico, a cui più volte mi sono riferito nel mio scritto: non in quelli dei libri e saggi più noti sulla reincarnazione, e neanche in articoli divulgativi più che decenti. E' ovvio che quando si parla o si scrive di reincarnazione si debba pensare ad un quid che si reincarni: ma appunto, di regola chi ne parla o ne scrive non si occupa e non s'interroga sulla natura di tale quid. E perché? Ma semplicemente perché nel nostro mo­do abituale di vivere e sperimentare, il «sentire» il proprio io empirico come qualche cosa di inconsistente, di transitorio, e del quale in sostanza bisognerebbe liberarsi, urta contro formi­dabili resistenze e genera grave angoscia. Persone dotate di seria cultura scientifica e di non comune intelligenze si sono profondamente angosciate dopo alcuni minuti di «deprivazione sensoriale» -tanto i1 loro  « io» era ancora legato agli oggetti, alle percezioni abituali, a quel « sentimento dell'io», del quale è così difficile fare a meno! Mi chiedo se Cobaltina Morrone sappia che molti casi d'insonnia sono dovuti proprio all’enorme diffi­coltà, che certuni provano, dinnanzi alla necessità di «lasciare gli ormeggi» della vita di veglia, e le relative esperienze egoiche, pure se -proprio come nel caso della deprivazione, sensoriale- i sofferenti d'insonnia sappiano che il sonno è un'esperienza provvisoria, e non già un definitivo «abbandono». Cobaltina onestamente scrive che, ammesso (da ben pochi) che l'anzidetta identificazione tra io empirico e Sè trascendentale non è sostenibile, il quid in questione «non può essere definito, nè di esso si può dire esattamente che cosa sia». Giustissimo. Ma è chiaro che nessuno può dire «esattamente» che cosa pos­sano essere molte altre cose: l'infinito, la creatività, l'amore, il pensiero…A tutti questi concetti ci si avvicina come si crede o come si può; e si dà i1 caso che importanti tradizioni sapien­ziali si siano avvicinate in modi straordinariamente consimili alla definizione di che cosa può esserci «oltre» l'io empirico. La tradizione indiana, ad avviso di molti, è quella che meglio vi si è accostata: il che non toglie valore a ciò che ne hanno detto o scritto le massime autorità della tradizione ermetico-­alchemica, gli autentici Rosacroce, uomini d'Occidente come Renè Guènon, alcuni grandi mistici cristiani, i maestri del Sufismo, o -in Estremo Oriente-  Lao-Tse e i suoi continuatori.

Per Cobaltina Morrone, dire che reincarnarsi sia «occupare il corpo di un nascituro» (espressione da me usata) sa di «sottile ironia». Non direi: tanto è vero che a essa, Cobaltina oppone un'altra curiosa affermazione: quella secondo cui la faccenda sa­rebbe «del tutto simbolica». Davvero?! Provi a dirlo agli abituali fautori del «reincarnazionismo», a quelli che vedono il loro «io» (empirico) di oggi come appartenuto a qualcun altro cin­quanta o cent'anni fa, e sentira la risposta! Le diranno –adoperando, più o meno, parole simili alle mie- che non si tratta affatto di «simbolismo bensì di realtà, vera e tangibile, di una «occupazione» del corpo di un Tizio, che deve ancora ve­nire al mondo, da parte di un Caio, che a questo mondo c’è già stato. Questa non è ironia: è ferma ed esplicita convinzione di chi crede che un Tale, in una vita precedente, sia stato un Talaltro.

Non ho alcuna difficoltà ad ammettere pubblicamente la mia adesione alla via iniziatica (tema sul quale ho scritto un libro), e in particolar modo all'Advaita Vedanta, allo Yoga nella sua filosofia e nelle sue tecniche -pur se riconosco la nobilissima qualità iniziatica di altre tradizioni, come ho indicato più sopra.

E proprio a tali tradizioni (anzi, alla Tradizione) mi sono riferito nel mio articolo.

L'espressione «ente collettivo impersonale» con cui definivo la istanza che appare accogliere la maggioranza degli individui do­po la morte, era indubbiamente imperfetta, poiché - come ha rilevato la Morrone- a “impersonale” potrebb'essere inteso nel senso di una totale assenza di personalità. Tuttavia rilevo che anche nel “sonno senza REM”  abbiamo una (provvisoria) «as­senza di personalità individuata»: dopodiché, gli uomini nella loro maggioranza tornano a uno stato di cosiddetta « veglia» -che tuttavia è una nuova «veglia dell'io empirico», da molti erroneamente creduta quella del «vero» risveglio...    Sorvolo sull'impressione di Cobaltina Morrone -che certe mie considerazioni possano essere «affrettate e confuse»; rinunzio a una facile «ritorsione», e passo oltre. Se Cobaltina vorrà rileg­gere la frase che non le garba (ultime tre righe del mio artico­lo), vedrà che ciò che a me non garba è il fatto che certe idee di persone non sufficientemente mature (come sono di solito gli scolari al livello della scuola media inferiore) possano venir «gabellate» per elaborazioni filosofiche. «Peggio ancora» -ho scritto e mantengo- se vengono «gabellate» per vedute spiri­tuali. Sono stato, questa volta, abbastanza chiaro? Credo che qualsiasi lettore intelligente e colto debba, a questo punto, consentire.

Che «in un presunto aldilà» debbano esserci per forza « giu­stizia ed equilibrio» -come scrive la Morrone- è puro wishful thinking. E la stessa Morrone ammetterà che le nostre concezioni al riguardo possano un tantino differire da ciò che compete al transumano, al metempirico, alla Realtà metafisica. Per un bambino, un'operazione chirurgica  -quella che magari gli salva la vita- è sopraffazione e ingiustizia. Che cosa, sap­piamo noi esattamente di ciò che si vuole «colà dove si puote»?!

Sull'atman, e sulla sua possibile realizzazione sia in questa vita, sia attraverso un più o meno lungo «disinvestimento» di tutto ciò che pertiene all'io empirico, e relativo «riconoscimento» dell'identità fondamentale fra atman e brahman, credo di es­sermi espresso sufficientemente nel mio articolo, rinviando Co­baltina Morrone ai più qualificati testi di metafisica indiana per ulteriori chiarimenti. Sorvolo su tutto il resto dello scritto della simpatica Cobaltina, e mi limito a dirle due parole in risposta a una sua domanda alquanto... ansiosa.« Chi raggiunge questa fu­sione tra l’atman e il brahman?» Ebbene: può raggiungerla -in un minuto secondo o in migliaia di anni- chi sia giunto a sentire la necessità di uno «slegamento» nei riguardi di molti «valori» che gli uomini di solito ricercano e apprezzano, e in primo luogo dell’«io» quotidiano, delle sue pretese, della sua apparente consistenza. Voglia Cobaltina Morrone meditare un poco sull’«Impiccato» (a testa in giù), dodicesimo Arcano Maggiore del Tarocco; ed anche sul «Fuoco che gli affina» dell’iniziato Dante Alighieri.

 

EMILIO SERVADIO