Mani Stones (fonte Google immagini)

Giardino Secco Zen (fonte Google immagini)

                                                       

                        

La pratica della Via, sia essa dello Zen o di una Via di tipo artistico come il cha no yu, ha l’obiettivo della “purificazione del cuore/mente”, attraverso una pratica statica come lo Zazen o una pratica dinamica come la preparazione della bevanda. La trasformazione del cuore/mente, il Kokoro, che potremmo chiamare la disposizione interiore che comprende sia la mente sia il cuore, cioè la sfera sentimentale e psicologica, è l’obiettivo della Via: liberarlo dalle sue costrizioni che sono causa della sofferenza e del turbamento. Il kokoro pacificato, libero, equanime, non più preda degli attaccamenti, si trova nella pratica costante e dedicata dell’abbandono del proprio sé, nella rinuncia al proprio egoismo, nella pratica del lasciar cadere. Che può essere lo shikantaza, dove lo star semplicemente seduti, lasciati cadere tutti i pensieri e gli attaccamenti, è la messa in atto concreta dell’abbandono di sé, o può essere la pratica di una Via dinamica come il Tè in cui la performance giunge alla perfezione quando l’esecutore agisce con la spontaneità naturale in cui non si percepisce più la presenza di un sé contaminato.

(La cultura del Tè in Giappone e la ricerca della perfezione, Aldo Tollini, Giulio Einaudi Editore, 2014, pag.67)

                       

L’anima è come una scintilla caduta in questo corpo,

perciò tende al cielo e si trova in ogni cosa.

 

(Il fuoco cerca il cielo, distico 93 della prima centuria, Daniel Czepko, Sapienza mistica, Morcelliana, 2005)           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un mito gnostico narra che ogni essere umano è custode di una piccola, divina, favilla. Tale scintilla o anima è, ancor più dell’intelletto, artefice di ogni realizzazione artistica frutto della creatività umana. Detta scintilla-anima (pure appellata: Atman, Io, Sé Superiore) muove, perennemente, ogni coscienza individuale verso la ricongiunzione con la dimensione dell’Assoluto; mirando al reintegro dell’individuale frammento di Luce nell’Infinito Numinoso da cui proviene. Al raggiungimento di tale primigenio stato è possibile pervenire per il tramite di molteplici metodiche: pratiche religiose; tecniche meditative; espansione, indotta in modo artificiale, della coscienza ordinaria; deprivazione sensoriale; ecc. Infatti, recita un detto orientale, “tanti sono i possibili cammini di evoluzione interiore quanti gli esseri umani nati per percorrerli”.  Noi, in quest’ occasione -gentilmente offertaci da, A.C.A.B., che ringraziamo sentitamente- ci soffermeremo, operando un raffronto e alcune considerazioni, su due particolari Vie: l’Alchimia e la Suiseki-Do.

L’Arte Alchemica occidentale -precisando esisterne, con identiche finalità operative, anche una indiana e una cinese, originatasi quest’ultima in ambito taoista- deriva dall’araba SAN’A AL-KĪMYĀ’; che letteralmente significa “arte della pietra filosofale”. Si tratta (ed è lecito parlarne al presente perché esistono, tutt’oggi, cultori di questa pratica, detta anche Via Regia) di un’ ”arte”, ma anche scienza e pure disciplina interiore, nata nell’ambiente ellenistico dell’Egitto del primo secolo d.C., che si propone un duplice obiettivo: essoterico l’uno, esoterico l’altro. Il primo mira alla formulazione di una sostanza, alla “ricerca di una pietra” atta alla trasformazione dei metalli “vili” in “nobili” e anela in particolare, oltre che alla trasmutazione del piombo in oro, alla creazione di un rimedio idoneo a prolungare la vita. Il secondo, ed è questo il reale obiettivo del vero alchimista, è volto alla trasmutazione della stessa costituzione (psico-fisica) umana, con lo scopo di favorire un’evoluzione interiore che sia preludio a un’effettiva realizzazione spirituale. Il medioevo è stato il periodo di massimo splendore della ricerca alchemica, che si è protratto fino al XVII° secolo. Dai suoi epigoni è originata la moderna chimica, precisando però, che per i veri alchimisti, questi pionieri e fondatori della scienza chimica, dispregiativamente appellati “soffiatori di vetro”, erano e restano dei fuorviati incapaci a comprendere la reale natura dell’Arte Regia. Lo stesso vale per non pochi moderni estimatori del cammino ermetico -tra questi, ad esempio, il grande psicologo C.G. Jung- che non hanno saputo vedere altro, nel “Corpus” dottrinario dell’Alchimia, che un caleidoscopico coacervo di primitivi concetti e fantasmagoriche suggestioni adombranti l’inconscio e le più svariate tematiche riguardanti lo psichismo umano. Scrive Henry Corbin (si veda Storia della Filosofia Islamica, Adelphi Edizioni, 1991, pag. 140) nel paragrafo dedicato all’analisi della Teoria della Bilancia[1], elaborata da Jâbir ibn Hayyâ[2], padre dell’alkimia araba[3]: «Si può quindi dire che è la trasmutazione dell’Anima che ritorna a sé, che condizionerà la trasmutazione dei corpi; l’Anima è il luogo stesso di questa trasmutazione. L’operazione alkimica si annuncia dunque come una tipica operazione psico-spirituale, non certo nel senso che i testi alkimici siano una “allegoria dell’Anima”, ma nel senso che le fasi dell’operazione realmente compiuta su di una materia reale, simboleggiano con le fasi del ritorno dell’Anima a sé.»  Ancora: «Le complesse misure, le cifre talvolta colossali stabilite minuziosamente da Jâbir, non ne hanno alcun senso per un laboratorio moderno. Essendo il fine ultimo della scienza della Bilancia quello di misurare il desiderio dell’Anima del mondo incorporato in ogni sostanza, difficilmente vi si potrebbe scorgere un’anticipazione della scienza quantitativa moderna; essa potrebbe piuttosto essere considerata come un’anticipazione di quella “energetica dell’anima” che stimola ai nostri giorni tutta una serie di ricerche. La Bilancia di Jâbir era allora la sola “algebra”[4] capace di calcolare il grado di “energia spirituale” dell’Anima incorporata nelle Nature, che se ne liberavano poi per opera dell’alkimista, il quale, liberando le Nature, liberava anche la propria anima.» Op. cit. pag. 141.

 

Dilungarsi oltre non è opportuno, ma non possiamo esimerci dal far breve cenno alle tre fasi nelle quali si articola, tradizionalmente, il lavoro alchemico. Queste sono: la Nigredo o fase della materia al nero cui corrisponde l’elemento terra. L’Albedo, contrassegnata dal colore bianco, elemento acqua. La Rubedo, che corrisponde al rosso, elemento fuoco e all’oro o pietra filosofale. Il collegamento con i tre elementi è tecnicamente fondamentale: il passaggio dalla terra (stato solido) all’acqua (stato liquido) e successivamente al fuoco (luce divina) segna le successive trasformazioni e sublimazioni della materia che progressivamente si smaterializza e si energizza fino a raggiungere la sottile e splendente consistenza della pietra filosofale=illuminazione= realizzazione. La Nigredo, è la fase più oscura, la parte più bassa dell’evoluzione della coscienza umana. Si lavora: sui sentimenti e le passioni, le paure e i desideri, ma anche sulla storia personale –karmica ancor prima che biografica- e sull’eredità genetica. L’Albedo è la fase intermedia, in essa si manifestano la razionalità e le forze volitive che spingendo all’azione cosciente consentono l’ascesa. C’è soprattutto il manifestarsi di energie sottili ma potentissime, da sempre esistenti in noi e pure a noi ignote; forze cosmiche e trasfiguranti. La Rubedo è il difficilissimo superamento del primo stadio e del bilanciamento del secondo con il terzo. E’ il passaggio che fissa i risultati ottenuti nella fase di ascesa/crescita, consentendo la trasmutazione del proprio essere “nel regale figlio del Sole e della Luna, congiunto, castamente e per sempre, alla Regina-Madre”.       

     A conclusione di questa prima parte, piace riportare un racconto nel quale è ben espressa, metaforicamente, la condizione nella quale possono venirsi a trovare quanti -pur mossi da buoni intenti e ricchi di doti e capacità- interpretano scorrettamente il linguaggio dell’Arte, qualunque essa sia, andando incontro a travisamenti pericolosi che allontanano dai veri obiettivi e instradano verso mete fallaci. La storia narra di uno “stolto” che, ignaro dell’autentica natura del lavoro alchemico, trascorreva la sua esistenza nella spasmodica ricerca della pietra filosofale. Ogni mattina, appena sveglio, indossava una speciale cintura ornata da una grossa fibbia di piombo.  Tale fibbia costituiva una sorta di pietra di paragone con la quale sfregare le migliaia di pietre che attraendo la sua attenzione, per uno o per l’altro motivo, erano continuamente raccolte durante un incessante viaggio che si protraeva ormai da moltissimi anni, da paese in paese e da mattina a sera. Saggiare le pietre era diventata per lui, un’azione ossessiva quanto automatica e soprattutto frustrante, mai conducendolo alla scoperta della pietra giusta, quella che allunga la vita, la sola in grado di trasformare i metalli vili in oro e argento. Una mattina, accingendosi ad indossare la sua cintura, vide risplendere d’infiniti bagliori la vecchia fibbia trasmutata miracolosamente in purissimo oro zecchino. Lo sguardo dell’infelice ebbe a riempirsi d’infinita tristezza e la delusione lo sommerse. Qual’era stata la pietra che aveva operato il portento? quando l’aveva raccolta? soprattutto, dove l’aveva gettata? tutte domande destinate a restare senza risposta alcuna. Subitaneamente percepì la gravità dell’errore commesso, il dolore per lo spreco degli anni trascorsi e l’amarezza per l’occasione suprema che non era stato in grado di cogliere. 

 Come gli alkimisti sono alla perenne ricerca della “pietra filosofale”, la più preziosa, la sola in grado di operare meravigliosi portenti, così i suisekisti “sono alla continua ricerca della loro pietra del destino, quella straordinaria, la migliore in assoluto, dalla bellezza unica, dalle forme perfette, in grado di sbalordire chiunque e conquistare tutti; la sola idonea a gratificare conferendo notorietà e prestigio”.

Anche il lavoro del suisekista, al pari di quello dell’alkimista, si articola in tre fasi: quella del discoprimento, che si attua per il tramite dei piedi; quella della realizzazione del migliore risultato estetico, per il tramite delle mani; quella conclusiva, posta sotto l’egida del cuore, che afferisce le svariate modalità di fruizione delle valenze, non solo artistiche, di cui il suiseki è ricco.

CON I PIEDI

L’amatore delle pietre lavorate dall’acqua e dal trascorrere del tempo, asseconda, ogni volta che ne ha la possibilità, il desiderio di tralasciare ogni attività quotidiana per recarsi in luoghi aperti e incontaminati, lontani dai centri abitati: spiagge e montagne, torrenti e fiumi, campagna e collina, tutto è idoneo, se consente di immergersi nella natura. Di solito si è  soli -difficilmente familiari e amici si prestano per tali escursioni-  ed’è  bene così, fatte salve le circostanze nelle quali si è obbligati a stare in compagnia: per motivi di sicurezza; perché partecipi d’iniziative didattiche-dimostrative o altre similari. Ci si ritrova, quindi, con la sola compagnia dei propri pensieri. E’ l’occasione propizia, complici gli “spiriti” della natura, per trasformare una passeggiata in occasione atta a favorire l’introspezione e la comprensione del proprio Io. Può accadere, infatti, che l’andare per pietre porti oltre la dimensione ludica, o del semplice intrattenimento, e avvicini a quella interiore. Mentre la raccolta procede -ad una prima occhiata, molte sono le pietre che appaiono degne di non essere tralasciate- ecco la mente svuotarsi. Non più domande, a volte banali altre importanti: chi siamo? che cosa vogliamo realmente? qual è il nostro posto nel creato? il contatto con la natura è realmente curativo! Ecco alleviarsi il carico delle sofferenze esistenziali di cui tutti siamo portatori e, senza rendercene conto, la “cerca” assume valenze catartiche e si manifestano effetti riequilibranti e armonizzanti. Si pensi, ad esempio: al benefico apporto dato dai colori (cromoterapia) esistenti in natura, che raggiungono, grazie all’occhio, la nostra psiche e agiscono sul corpo; agli effetti della luce (helioterapia) del sole, appellato, dai medici olistici, “il grande curatore”, per i salutari influssi che dispensa. Diviene così possibile soffermarsi sulle parti meno gradevoli della nostra indole, sugli aspetti del nostro essere che meno amiamo e su quanto, della nostra vita non ci soddisfa. Quanto sopra è ovviamente condizionato dal livello di consapevolezza raggiunto, dalla maturità alla quale si è pervenuti per il tramite della personale esperienza di vita e qualificazione interiore posseduta. Può così accadere, a volte, che la stanchezza svanisca e si resti totalmente assorti nella contemplazione estatica: del panorama, del cielo, della luce, del movimento originato dal vento, dei rumori della pioggia. Ci si può trovare assorbiti e persi nell’ammirazione panica di mille particolari: un fiore, le radici sporgenti di un albero, i rami contorti di un cespuglio, una duna di sabbia, una roccia frastagliata, il volo di un insetto, il canto degli uccelli, la percezione del battito del nostro stesso cuore e …. le pietre!  Pietre che si offrono, a volte, generose al primo sguardo o, al contrario si dimostrano maestre nell’arte del camuffamento e dell’occultamento: nel fango, negli oscuri anfratti, sotto strati di polvere o foglie. Scorgerle, portarle alla luce, poterne saggiare la bellezza con l’intuito, ancor prima che con gli occhi, è una gioia immensa; evitiamo però che ciò diventi ingordigia emozionale. Impariamo a porre sempre un limite alle nostre pulsioni, esercitandoci, anche in queste circostanze, nella difficile arte dell’autocontrollo. Così facendo, sapremo anche accettare, con serenità, l’esito deludente di una giornata infruttuosa e, cosa ben più importante, i dispiaceri del quotidiano vivere. Ci si sforzi di ricordare, si dovrebbe sempre farlo, che l’unico vero scopo da ricercare è l’acquietarsi della mente. Solo ciò può riconnetterci, per un verso, a quelle positive energie che vibrano intorno a noi e, dall’altro, staccandoci dal tumulto esteriore, permetterci di entrare in sintonia con quelle forze, divinamente vitali, che pulsano dentro di noi.

Un aspetto fondamentale -sul quale non è opportuno in questa sede soffermarsi- è quello che potremmo definire della ritualizzazione della pratica. Delle indicazioni di tipo “operativo” potranno essere recepite, infatti, solamente dopo che si sia sviluppato un determinato atteggiamento interiore; un solo esempio che è al contempo un suggerimento. Conclusa la nostra escursione ed effettuata la cernita delle pietre che effettivamente vale la pena di portare a casa, si abbia rispetto ed apprezzamento anche di quelle scartate. Il loro “livello vibrazionale energetico” -pur bassissimo, essendo quello della materia inerte- merita tuttavia riguardo, come ci insegnano le pratiche animistiche; in particolare quelle scintoiste. Riconosciamo il nostro debito verso lo spiritus loci del sito visitato, restituendogli quanto a noi non necessitante. Con l’adozione di un atteggiamento panteistico, l’unico autenticamente ecologista, che dovremmo sempre coltivare, non disperdiamo le pietre scartate e facciamone un cumulo a piramide: ritornando negli stessi posti, a distanza di anni, potrà capitarci di rimanere stupiti e meravigliati, vedendo che anche altri -cacciatori, pescatori, pastori, raccoglitori di funghi, escursionisti…- hanno contribuito, dando ascolto a un’inconscia pulsione, alla creazione di quelli che i Tibetani chiamano “tumuli di preghiera”.

 

CON LE MANI

Consuetudinariamente si ritiene essere questo il momento conclusivo, oltre che il più importante, dell’iter creativo di un suiseki; ciò è vero solo in parte. Certo è importantissima questa fase che: iniziando dalla pulizia della pietra, prosegue con la creazione del daiza o della decisione di scegliere un suiban o un doban, optando, ancora, per il modello più idoneo ed arrivando, infine, alla scelta della piccola shitakusa o del prezioso tempai che dovrà far compagnia alla nostra pietra d’arte; quando verrà il momento dell’esposizione al pubblico. E’ questa, apparentemente, la fase più impegnativa, essendo in effetti quella cruciale per la riuscita estetica dell’opera. E’ questo il momento in cui dovranno manifestarsi i talenti e le acquisite capacità: gusto, sensibilità, creatività, cultura, conoscenza della materia, padronanza tecnica, manualità e molto altro ancora.

Superata la prima fase -quella della fusione del nostro io con il tutto/natura, in altre parole quella già appellata “dei piedi”- dobbiamo essere in grado, ora, di giungere alla consapevole sublimazione della più profonda essenza del nostro Sé. E’ questo il momento dell’ascolto cosciente ma distaccato e della canalizzazione delle forze creative. E’ questa la fase in cui l’artefice agisce sulla materia e con spirito vivificante ne trae l’archetipo stesso della bellezza che in essa è contenuto, quasi imprigionato. Si tratta di un cimento da compiere in modo lieve; similmente all’agire dell’acqua che scorre cheta, ma la cui forza tutto supera e trascina; che stilla lenta, ma infine frantuma la roccia. A doversi manifestare è ora la nostra capacità di percepirci quale individualità particolare ma fatta della stessa sostanza del tutto; siamo così tornati al mito gnostico dal quale siamo partiti. L’aspirazione è di riuscire: a vedersi, sentirsi, considerarsi quale parte/tutto; non parte di un tutto. Gli orientali definiscono questa condizione SAMADHI. E’ questo un termine sanscrito indicante uno stato mentale, non più dualistico, nel quale viene meno la percezione, illusoria e ingannatrice, di separazione fra il soggetto e l’oggetto, per esempio, fra l’artista e la sua opera, nel nostro caso fra il suisekista e il suiseki. Quando si riesce in ciò -cosa difficilissima- viene a mutare la perenne egocentricità del nostro abituale stato di coscienza ordinaria. Ancora un racconto ci sarà d’aiuto per meglio comprendere il giusto atteggiamento interiore, oltre che mentale, cui deve tendere ogni autentico cultore delle “Arti Realizzative” sia d’Oriente che d’Occidente. La storia (si riferisce a un episodio della vita di Sen no Rikyū, fondatore della scuola Urasenke, il più importante dei maestri che hanno reso la Cerimonia del Tè una Via atta al raggiungimento dell’illuminazione) è tratta da “Lo Zen e la Cerimonia del Tè” di Kakuzo Okakura, Ed. Feltrinelli, 2012, pag. 75. “Nel XVI secolo il convolvolo era ancora una pianta rara, da noi.  Rikyū, aveva un intero giardino di convolvoli, che curava assiduamente. La loro fama giunse agli orecchi del taiko, che espresse il desiderio di vederli. Rikyū, lo invitò dunque a casa propria per un tè mattutino. Nel giorno stabilito il taiko attraversò il giardino, ma non vide traccia di convolvoli. Il terreno era stato spianato e cosparso di ciottoli e sabbia. Livido di rabbia, il tiranno entrò nella stanza del tè, ma la visione che lo attendeva gli restituì la serenità. Nel tokonoma, in un prezioso vaso di bronzo di lavorazione Sung, c’era un unico convolvolo, il re di tutto il giardino!” Ecco! In queste poche righe sono magnificamente espressi quei concetti che abbiamo cercato di esporre fin qui. Nell’ “azione” del maestro Rikyū (espressione di “uno spazio-tempo del non agire”, dove tutto può accadere e nulla, in particolare, si spera che accada) è ben visibile il venir meno della separazione fra l’artista e la sua opera. Per meglio dire: la vita dell’autore, il suo credo artistico e l’atto creativo diventano un tutt’uno con l’infinito. La creazione estetica diviene una performing art, che include: lo stesso fruitore dell’azione creatrice, dove per fruitore intendiamo lo spettatore storico, nel nostro caso il taiko Hideyoshi e gli innumerevoli fruitori indiretti -inclusi noi stessi- che ancora oggi, a centinaia di anni di distanza, continuiamo ad essere partecipi dell’evento; per il tramite della lettura della cronaca pervenutaci.  Il mondo creativo di Rikyū, la profondità della sua dimensione artistica, sono un set interiore che dilata i propri confini assumendo le caratteristiche di un setting “cosmico” dove -restando nell’ambito del racconto riportato- il sacrificio di tutte le piante di convolvolo, assume valore di rito e, in piccolo, esplicita e ripropone il senso delle eterne leggi della natura; un rituale destinato a perpetuarsi all’infinito. Ciò avviene, per fare un altro esempio, ogni qualvolta il bonsaista sottopone il pre-bonsai a quelle costrizioni di modellatura e miniaturizzazione che altro non sono che la riproposizione artificiale di condizioni estreme di vita alle quali le piante, in natura, spesso sono sottoposte: l’azione degli agenti atmosferici; quella di traumatici eccezionali eventi, quali l’azione dei fulmini; o periodici, come il pascolare degli erbivori.

Nell’episodio riguardante Sen no Rikyū è possibile riscontrare, ancora, altri magistrali comportamenti che conferiscono alla sua performance valore di rito con reali potenzialità di trasmutazione della condizione umana. Fra queste: la capacità di non tenere conto alcuno del valore venale delle piante eradicate; il superamento di ogni forma di attaccamento, anche emotivo e affettivo, al proprio giardino; rinomato pure per le molte, lunghe, cure in esso profuse. La mancanza di aspettative e di ogni calcolo a riguardo di quelle che potevano essere le conseguenze del suo atto. Tutti atteggiamenti che conferiscono bellezza suprema ed eterna al gesto estetico di un vero maestro spirituale, campione delle grandi arti giapponesi.

Ideali sublimi ma irrealizzabili? mete irraggiungibili? può darsi, ma è pure da tener presente che di questi ideali è stata permeata, in epoche storiche passate, la cultura di grandi nazioni per intere generazioni. Comunque, quelli che a noi in questa sede, preme indicare sono i passi iniziali del “Cammino” ed è assodato che questi preliminari sono alla portata di chiunque voglia “provarsi”, a saggiare la propria, potenziale, capacità di perseguimento di qualsivoglia via: da quella della ceramica all’aikido, dall’ikebana alla via dei bonsai, dalla cerimonia del tè a quella del suiseki. Per ciò che concerne gli amanti del suiseki, provino, per esempio, ad assumere un comportamento “centrato” sullo spirito della pratica e non sugli aspetti accessori. Al chiarimento di quanto testé indicato, sarà dedicata la fase conclusiva del presente scritto.

CON IL CUORE

E’ questa, in realtà, la parte più importante e difficile per quanti volessero relazionarsi alla Suiseki-Do con un approccio Tradizionale. Tale indirizzo, infatti presuppone un impegno costante e metodico cui doversi conformare per tutta la vita e in ogni circostanza. Differentemente, molti credono che l’essere pervenuti a un alto livello di preparazione tecnica che consente loro di partecipare a mostre e rassegne, sia prova sicura dell’avvenuto conseguimento dello status di cultore della Suiseki-Do. Dal nostro punto di vista non è così, come dimostrato dalla centenaria storia delle arti tradizionali giapponesi che tutte: dalle arti marziali allo shodo, dalla pittura zen alla Suiseki-Do e alle forme artistiche a questa collegate (keto-bonkei, bonseki, hako-niwa) tutte, dicevamo, mirano alla realizzazione di creazioni artistiche e/o performance psicofisiche che siano anche espressione di una costante “evoluzione interiore”. La realtà, però, è differente, come può costatarsi, a volte, partecipando alle mostre di settore. In tali circostanze, può accadere, addirittura, di vedere ancor più esaltati alcuni tratti di umana debolezza, che ivi giungono ad assumere le connotazioni: della piccineria, del narcisismo, dell’attaccamento puerile. Può succedere di assistere, infatti, a recriminazioni e proteste: per la presenza di pochi granelli di polvere che potrebbero compromettere l’ottimale resa fotografica di uno scatto, o per qualche grado di temperatura che potrebbe mettere a rischio, in via molto ipotetica, il benessere di un bonsai o di un kusamono da esporre; o, ancora, essere coinvolti in lunghe discussioni per l’acquisizione della migliore postazione espositiva. Che dire, ancora, delle infinite lamentele che spesso sono rivolte agli organizzatori, per questioni di marginale importanza? quanto, invece, sarebbe utile concentrarsi sulle magnifiche opportunità di dialogo, con i visitatori, che questi importanti momenti pubblici offrono! Ad esempio, le occasioni di estemporanea didattica che potrebbero attivarsi, a tutto vantaggio: dei neofiti, degli spettatori interessati a meglio comprendere il fascino delle pietre esposte, di una maggiore diffusione della Suiseki-Do. A tal proposito può essere utile riportare un episodio accaduto nel corso di una recente manifestazione specialistica. In detta circostanza, avendosi fatto notare a uno degli organizzatori l’impossibilità di poter acquistare in loco i due esistenti testi sui suiseki, pubblicati in lingua italiana (ci si riferiva, nello specifico, a: “L’ARTE DEL SUISEKI-Collezionare pietre: raccolta, esposizione e uso con i bonsai”, di Vincent T. Covello e Yuji Yoshimura, Ed. SNEV e “SUISEKI-pietre d’arte”, di Antonio Ricchiari, Ed. PROGETTO BONSAI) vista anche la presenza di migliaia di visitatori, in larga parte giovani, potenzialmente motivati ad un eventuale acquisto, la risposta è stata: “…. io non saprei come fare per vendere dei testi che non sono miei. Ne dovrei comprare alcune copie a mie spese? E se poi restano invendute?  E come fare per dare uno scontrino fiscale all’acquirente? Sono 15 anni che frequento mostre e nessuno mai ha chiesto di acquistare libri. In genere, noi preferiamo restare a disposizione di chi incuriosito fa domande, e io l'ho fatto per due giorni. Infine, purtroppo, il libro scritto, che per me non ha rivali, è soppiantato da una proposta sul web immediata e sempre rinnovata nei contenuti”. Quanto riportato, suggerisce l’opportunità di stimolare una riflessione sulla natura dell’interesse mostrato da alcuni suisekisti, anche esperti, per le pietre d’arte e sul loro stesso rapporto con la Suiseki-Do. Il nostro modesto contributo a ciò, è quello di riportare alcune frasi di un maestro bonsaista contemporaneo, l’italiano Massimo Bandera, e da queste prendere lo spunto per la fase conclusiva del presente lavoro. “...la libertà vera è un processo di liberazione dall’ego nella ricerca paziente ed umile della conoscenza di una grande cultura. Le opere riflettono i loro autori che pur con interpretazioni differenti curano la natura ed il loro percorso diventa terapia dello spirito. Il Bonsai si fa per Amore!”. Per il maestro Bandera è l’Amore, nella sua accezione più alta, il centro della propria arte ed è l’Amore a spingerlo a veicolare la forza e la bellezza delle sue creazioni bonsaistiche verso il prossimo: nello specifico i sofferenti e gli ammalati, consentendo il manifestarsi, anche, di quel potenziale “curativo” insito nella Via del bonsai e in tutte le altre arti tradizionali giapponesi. Afferma, ancora, Massimo Bandera: “…la naturalità del creato non si esprime con il chiasso delle parole ma con la bellezza”. Parole sagge, che alludono a una bellezza, interiore ed esteriore, “muta” eppur straordinariamente viva, potenzialmente formatrice di una superiore sensibilità che mai potrà essere eguagliata da alcuna “meraviglia telematica”; per quanto eccitante ed immediatamente fruibile nei suoi mille effetti speciali.

In un diverso ambito, con differenti modalità, un similare indirizzo ha voluto seguire la maestra, di ikebana, Keiko Ando Mei che ha orientato la sua arte verso l’elaborazione di un metodo (Ikebana-Therapy) che mira alla “Cura di Sé” ovvero, una pratica -basata sulla Via dei Fiori e la meditazione zen- finalizzata “ad aiutare ciascuno a sviluppare le proprie qualità e potenzialità creative, riscoprendo il proprio valore originale e la felicità di Essere”. Felicità, si badi, che non è mera gratificazione narcisistica ma elevazione -culturale, etica, spirituale- in grado di potenzialmente condurre a quella compiutezza dell’Essere alla quale si è ripetutamente fatto cenno. Riuscendo in ciò si contribuisce, anche, al miglioramento e alla “elevazione” dei propri simili rendendo palesi: la purezza, l’armonia e la bellezza insite sia nel macro che nel micro-cosmo.

Le due proposte qui riportate, quella della Bonsai-Terapy e della Ikebana-Terapy, intendono richiamare l’attenzione e far riflettere sulle benefiche potenzialità delle arti tradizionali giapponesi, inclusa la Suiseki-Do, che, non lo si ripeterà mai a sufficienza, possono tutte divenire “abili mezzi” per l’evoluzione interiore dell’essere umano.  Pazienza, perseveranza, umiltà sono i requisiti necessari per l’intrapresa di un processo di cambiamento -certo, talmente lungo da protrarsi ben oltre una singola vita- che, allontanando dagli attaccamenti illusori di Maya, indirizza verso il conseguimento del vero bene. Questa è una certezza! Occorre però sforzarsi con tutte le proprie energie, poiché è scritto -Sūtra del Loto- “Con lo sforzo si diventa un recipiente che riceve il bene”.

 

NOTE

[1] Bilancia è in arabo mīzān pl. mawāzīn [  ميزان  ] [   موازين  ] viene dalla radice wzn che ha il significato di ‘peso’ o ‘pesare’. La Bilancia ha un ruolo molto importante nella filosofia islamica perché è fonte della misurazione dell’anima in particolare nel suo passaggio nell’Aldilà. La Bilancia è inoltre fondamentale nella grammatica araba come mezzo per la corretta assegnazione del senso alle parole viste come radice fornita di morfemi che si distribuiscono secondo la Bilancia all’interno della parola.

 

[2] Jābir ibn Ḥayyān [ جابر بن حيان ] è stato spesso reso nella letteratura latina con il nome di Geber, a volte riportato come Geberus. E' considerato massimo esponente dell'alchimia araba pur essendo nato in Persia ed è quindi più propriamente alchimista musulmano o alchimista persiano. Il suo operato si situa in epoca abbaside ed il corpus da lui prodotto è di mole talmente ingente da indurre gli studiosi a dubitare della reale paternità di tutte le sue opere. E' tuttavia possibile supporre che sia egli stesso autore del cosiddetto corpus geberiano.

La sua ricerca alchemica è considerata la base, o il primo passo, verso la chimica moderna.

[3] La parola Alchimia viene dall'arabo al-kīmiyya [ الكيمياء ] ed è entrata in italiano come una parola unica, tuttavia essa è composta dall’articolo arabo al- e dal termine kīmiyya che è ben traducibile con ‘chimica’. Tuttora in arabo la moderna chimica è definita con il termine di kīmiyya che dunque, quando fornita di articolo, continua sino ad oggi ad essere al-kīmiyya. Molti degli studi sull’Alchimia in ambito musulmano hanno attinto parte delle loro fonti alla filosofia greca, sembra dunque che il termine arabo kīmiyya possa a sua volta derivare dal greco khymeia con il senso di ‘fondere’, termine ben attinente con le prime pratiche alchemiche.

[4] Il termine algebra viene dall'arabo al-ğabr [ الجبر ] la cui radice può essere tradotta come ‘connessione’ o anche ‘unione’ con il senso di riunire delle parti che sono disconnesse ed in qualche modo aggiustarle. Anche questo termine, come ‘alchimia’ è entrato in italiano agglutinando l’articolo arabo, dunque il termine vero e proprio è solo la parte dopo l’articolo al-gebra. Il primo ad usare questo termine fu al-Khwārizmī nel suo Al-Kitāb al-ğabr wa-l-muqābala ovvero ‘Libro sul completamento ed il bilanciamento’.

 

*THE BONSAI TERAPY

Q1-2013-Bonsai Therapy-v1.pdf
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http://fujisato.jimdo.com/articoli/

 

‘Quanto sopra esposto costituisce la parte introduttiva del primo modulo didattico per frequentanti il corso di formazione per amatori suiseki stile italiano. A ragione delle numerose approssimazioni dottrinarie ed esemplificazioni concettuali in esso contenute, si ritiene doveroso chiedere scusa agli avvertiti lettori di ELLE EMME

 

A cura del collettivo A.C.A.B. Vedasi alla sezione aggiornamenti/menù, la locandina di segnalazione dell'imminente pubblicazione del testo PIETRE DA ESPOSIZIONE & S.I.S. Suiseki Italian Style.

 

 

LA REALIZZAZIONE DEL SUISEKI 
CON I PIEDI, CON LE MANI, CON IL CUORE.

SCHEDA TECNICA DEL SUISEKI DHYANA MUDRA

DHYANA MUDRA: MUDRA DELLA MEDITAZIONE

Dhyana Mudra è intimamente connesso all’idea del samadhi, il completo riassorbimento del pensiero nell’oggetto di concentrazione.  La mano destra, che rappresenta l’illuminazione, sovrasta la sinistra, che rappresenta le illusioni, dunque il mudra simboleggia il primato dell’illuminazione sul mondo delle apparenze.  Dhyana Mudra è il Mudra della meditazione, dell’illuminazione spirituale e può essere effettuato con una o due mani; se compiuto con una mano sola sarà la sinistra, posta aperta in grembo col palmo esteso verso l’alto e che rappresenta il principio femminile della saggezza. Perché la mano destra che compie la gran parte dei movimenti, genera energia a dominanza maschile; la sinistra, più docile e ubbidiente, genera invece energia a dominanza femminile.

Spesso questa sorregge un testo o una ciotola per l’elemosina, mentre se compiuto con le due mani questo Mudra vedrà la destra riposare sulla sinistra, sempre con i palmi estesi verso l’alto.

SUISEKI                                                             

Nome: “Dhyana Mudra” (Mudra della meditazione)     

Pietra: marmo                                                                                

Dimensione: cm. 30 x 15                                                           

Provenienza:  Lunigiana

Categoria: pietra di meditazione- Stile: S.I.S. (Suiseki Italian Style)*;

Daiza: legno di olivo

SHITAKUSA

Nome: “Nebbiolina”

Essenza: Asparagus Sparingei

Età: 5 anni

Particolare: radici

Composizione e prima esposizione per ELLE EMME, inverno 2018

 Elaborazione grafica su sfondo tratto dall’immagine posta a corredo del lemma suiseki di WIKIPEDIA

Quanti fossero interessati ad approfondire l’argomento, possono contattare la segretaria dell’associazione: carla.consoli@teletu.it

Ringraziamenti

Il collettivo A.C.A.B. ringrazia:

la Dottoressa Antonietta Ferrari, Presidente del CENTRO DI CULTURA GIAPPONESE  di Milano;

il signor Nobushige Akiyama, dell’ISTITUTO  GIAPPONESE DI CULTURA-JAPAN FOUNDATION di Roma;

le Edizioni CasadeiLibri, per i meravigliosi testi  “arditamente” pubblicati;

il gentilissimo personale del  DOOZO ART BOOK & SUSCHI di Roma.

®*E’ un marchio registrato di proprietà dell’Associazione La Stanza Segreta dell’Uomo.