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Nata a Genova, attualmente Rita Remagnino vive e lavora tra Nervi e Crema. Dopo la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ha seguito studi storici ed approfondito nel corso di lunghi viaggi alcuni aspetti della filosofia orientale. Ha fondato varie associazioni culturali tra cui il “Circolo Poetico Correnti” e “CremAscolta blog”, di cui è stata per un lustro presidente. Ha scritto su periodici, quotidiani e cataloghi d’arte contemporanea. I suoi articoli sono pubblicati dal sito “EreticaMente” e da altre testate web, tra cui “Arianna Editrice”. Conduce nelle piazze d’Italia l’evento performativo “Poesia a Strappo”. Ha presieduto giurie di concorsi letterari ed è stata organizzatrice di numerose rassegne culturali. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari” (ed. Con-Tatto), “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante” (ed. Quaderni di Correnti). E’ stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura” e il testo multimediale “Circolazione” (ed. Quaderni di Correnti), la graphic novel “Visionaria” (eBook version), il saggio “Cronache della Peste Nera” (ed. Caffè Filosofico Crema), lo studio “Un laboratorio per la città” (ed. CremAscolta), la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante” (tiratura numerata indipendente), il romanzo “Il viaggio di Emma” (ed. Sefer Books).
 
Attualmente sta approntando una serie di «saggi fuggenti» (13-15mila parole) che partono dal presupposto che il punto di partenza (la nostra preistoria) e il punto d’arrivo (il mondo di oggi) si trovano nello stesso ordine di esistenza, come l’inizio e la fine di ogni cosa, per cui bisogna scandagliare entrambi per avere degli accadimenti una visione più profonda.
 
Su Instagram è presente con una rubrica dedicata alla scrittura.

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Apprezzo sempre la «militanza» di quanti s’impegnano per veicolare la Tradizione, che è la nostra vera eredità. Un lascito eroso dal tempo e dall’incuria finché si vuole, ma ancora vivo grazie al lavoro indefesso di circoli ristretti e all’attività di gruppi iniziatici come i brāhmaṇi in India, i Magi in Iran, i filosofi in Grecia, i collegi sacerdotali a Roma, i bardi e i vati nel mondo celtico, gli scaldi e i sacerdoti in quello germanico. Tutti soggetti deputati alla custodia del patrimonio culturale ereditato dai Padri primordiali.
 
La Tradizione non è un «libro sacro», una bibbia, un vangelo, una raccolta di regole a cui attenersi bensì la saggezza che non dipende da noi. E’ il retaggio culturale delle Origini, l’eredità spirituale e culturale dell’attuale umanità. Il vocabolo «Tradizione» viene da tradere, che significa trasmissione diretta ininterrotta, e questo è già un incarico esplicito.
 
Chi stenta a comprenderla pensi al treno della Tradizione come a un convoglio libero dalla seduzione delle necessità materiali, a una fila di vagoni carichi di significati e simboli che viaggiano per millenni da una generazione all’altra, da una stazione-civiltà a quella successiva, allo scopo di ricordare all’uomo su quali basi poggia l’Origine. Quale origine? La stazione di partenza, ovvero della Storia. Quale Storia? Quella del Ciclo in corso. La Storia dell’attuale umanità. La nostra.
 
Nata dallo «spacco», dall’apertura, dal passaggio, tra il Ciclo umano precedente e quello in corso, l’attuale Tradizione riguarda esclusivamente noi. Essendosi ormai spenta la trasmissione diretta abbiamo dovuto apprenderla studiando, e pertanto il nostro approccio soffre di un difetto congenito. Non sempre l’impegno porta alla comprensione di quel senso storico che implica l’intuizione non solo dell’essere passato del passato ma anche della sua presenza nel quotidiano. La qual cosa non ci solleva comunque dall’incarico di avere cura dei «prossimi» come una chioccia dei pulcini. Sappiamo che gli «Anni della Fine» sono i più difficili, sono anni decisivi, carichi di destino, in cui la sacralità è presente solo nella sua dimensione nascosta. Ognuno faccia la sua parte.
RR



  

IL VIAGGIO DELL'UOMO E LA TRADIZIONE
A cura di Rita Remagnino
L'ETA' DELL'ESSERE

A cosa serve saperne di più sulla Preistoria dell’Uomo? La vita quotidiana poi sarà migliore? Ha senso frugare nel passato, conoscere sprazzi di vicende che riguardano i grandi viaggi degli dèi civilizzatori, le prodezze degli eroi, i maneggi delle regine e tutto il resto? Perché non dedicare piuttosto il proprio tempo al futuro, alle intelligenze artificiali, alla conquista dello spazio, ai progressi della scienza?

Mentre l’idea di futuro si basa su congetture e ipotesi, statistiche e previsioni, le tracce del passato rappresentano una realtà tangibile su cui costruire una ripartenza. Soprattutto in una fase di tempo sospeso come l’attuale è preziosa la conoscenza di quello che viene ritenuto il nucleo centrale, trascendente, unitario delle antiche culture basate sul Sacro. Non c’è niente di meglio dell’acquisizione di visioni differenti in circostanze simili per predisporre lo spirito ad accogliere con minori pregiudizi ciò che lo aspetta.

Ognuno di noi è la storia che ha alle spalle. Non è vero che “la storia siamo noi” come ha dichiarato alla Nazione il nostro Presidente della Repubblica citando il ritornello (sic!) di un noto cantautore. La Storia segue il ritmo della Terra, delle glaciazioni e delle pause di siccità, dei terremoti e delle inondazioni, quando non viene travolta e stravolta dal passaggio di un corpo celeste che incrocia per caso la sua orbita. Se ci sa fare l’uomo si adegua, spostandosi da un capo all’altro del globo in cerca di condizioni migliori, altrimenti soccombe.

Sotto questo aspetto si può dire che il genere umano costituisca una specie di migratori che «viaggia» portandosi dietro il fardello della propria cultura, cioè la propria Storia, e nel caso in cui questo elemento si perda, scomparendo dai radar, lo stormo inizia a navigare a vista procedendo alla cieca senza una meta.

Togliamoci dalla testa che il primato pressoché assoluto riconosciuto alle tecnoscienze riesca a correggere la rotta favorendo il ri-orientamento della nostra navicella nei corridoi temporali della Storia. Siamo soli in questa impresa. Non servono alla navigazione triliardi di pixel colorati se il pilota è incapace di collocarsi nello Spazio perché ha dimenticato il Tempo da cui proviene.

Utile allo scopo appare invece l’esperienza altrui, della quale si può fare tesoro ripercorrendo le tappe del viaggio più bello di sempre, quello della specie umana attraverso le Ere temporali che hanno attraversato la Storia. Ognuno tragga dunque gli spunti che meglio crede dall’itinerario di sopravvivenza interiore che (mappe alla mano!) condurrà il viaggiatore dai ghiacci ai tropici, dalle montagne agli oceani, in un susseguirsi d’immagini fosforescenti e magnetiche dense di emozioni. Non c’è bisogno di occhiali tridimensionali, siete già a bordo di una nave fiondata nell’interspazio.

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Non siamo «unici»

 

Avendo cura di abbassare la cresta prima di infilarci il casco (non siamo super) cerchiamo di non dimenticare che svariate migliaia di civiltà sono nate e morte nelle Ere precedenti. Nel 2002 è stata ritrovata negli Urali, e precisamente nella località di Chandar, una mappa «tridimensionale» risalente a 120 milioni di anni fa, cioè all’epoca dei dinosauri, quando il pianeta Terra era privo di calotte polari e il clima più caldo di quello attuale favoriva la presenza di enormi foreste.

Il tracciato era impresso su una lastra di tre strati sovrapposti di dolomite, diopside e porcellana, alta 148 centimetri, larga 106, spessa 16 e pesante 1,5 tonnellate. Le iscrizioni risultavano espresse in una lingua geroglifico-sillabica di origine sconosciuta. Era il frammento di un’enorme carta geografica della Terra? E in tal caso, quale civiltà l’aveva realizzata con l’ausilio di prospezioni aeree?

L’esploratore e geologo finlandese Nils Nordenskiöld (1832-1901) fu il primo studioso moderno ad avanzare l’ipotesi dell’esistenza di un’antica e sconosciuta civiltà che avrebbe mappato l’intero pianeta e prodotto la cartografia sfociata nelle carte fenice e nei portolani medievali. Dai suoi studi partì la ricerca del capitano di marina Arlington Mallery, autore nel 1951 di Lost America: The Story of Iron-Age Civilization Prior to Columbus, alla pubblicazione del quale fece seguito lo storico statunitense Charles Hapgood con Maps of the ancient sea kings del 1966.

Nessun accenno alla cartografia antica può prescindere oggi dagli studi del terzetto Nordenskiöld-Mallery-Hapgood, ai quali si aggiunse poi una miriade di appassionati studiosi che hanno fatto scoperte strabilianti. Chi cerca, trova. Nel 1926, ad esempio, da un blocco di carbone in una miniera del Montana è stato estratto un dente umano vecchio di dieci milioni di anni. Recentemente una ricerca degli spagnoli Maria Martinon Torres e Jose Bermùdez De Castro (entrambi membri del CENIEH, il Centro Nacional de Investigación sobre la Evolución Humana) ha datato fra i 780 e i 990.000 anni fa quattro denti umani fossili ritrovati a Meipu, nella Cina meridionale. Il che significa che le loro caratteristiche sono ancestrali rispetto sia all’Homo erectus che all’Homo antecessor di Atapuerca (Spagna). Sulle montagne californiane fu ritrovato invece nel 1961 un geode risalente a 500.000 anni fa che ha rivelato al suo interno, una volta radiografato e sezionato, la presenza di un materiale isolante di porcellana dotato di un filo metallico centrale e una struttura di metallo esagonale. Qualcosa di simile alle candele di accensione dei moderni motori a scoppio.

Ma non è intenzione di questa spedizione esplorativa perdersi nel mare magnum dei ritrovamenti, che ormai sono all’ordine del giorno. Sebbene l’attuale umanità stenti ad ammettere l’esistenza di evolute civiltà precedenti, un oblio incoraggiato da autorità mediocri che hanno tutto l’interesse ad impedire che l’uomo scopra le sue vere origini.

Un motivo in più per innestare la retromarcia e ripartire con una diversa prospettiva e nuovi mezzi tecnici dal tempo che precedette la scomparsa dei ghiacciai wurmiani, quando buona parte dell’Europa settentrionale e del Nordamerica era sepolta sotto una spessa coltre bianca mentre l’Artico godeva di un clima gradevole.

Miti e leggende? Secondo l’astronomo irlandese Robert Stawell Ball sarebbe plausibile che un’estate più lunga e un inverno più corto (rapporto giorni 229/136) creino alle alte latitudini condizioni climatiche da «eterna primavera». L’ipotesi sarebbe in antitesi all’inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’eclittica, che se invece fosse perpendicolare non produrrebbe alcuna variazione climatica stagionale. Una possibilità riferita all’epoca primordiale di cui parlano molti tradizionalisti tra i quali Evola, Guenon e Wirth. 

 

 

Le origini

 

Le analisi dei fondali con i nuovi strumenti hanno evidenziato ultimamente un clima temperato nel bacino artico durante l’ultimo periodo glaciale, almeno in prossimità delle coste siberiane, norvegesi e groenlandesi. In Norvegia, oltre il circolo polare, sono state ritrovate le ossa di una ricca fauna, risalenti a 42mila anni fa, con reperti che paradossalmente aumentano di numero procedendo verso nord. Per questo motivo la stirpe primordiale fondò in quell’area geografica un Centro sacrale dopo la fuoriuscita dalla patria boreale? 

Nel quadrante posto tra Groenlandia, Islanda, Faroer e Scandinavia sorgeva una vasta area di mondi attualmente inabissati. In piena Era Glaciale l'Artico era un bacino meno profondo ed esteso di oggi, quasi completamente chiuso, come del resto il Mediterraneo, e quindi potenzialmente più caldo. In particolare la Groenlandia settentrionale godette di un clima temperato a partire da circa 50mila anni fa per via della distribuzione asimmetrica delle calotte glaciali preistoriche rispetto al Polo Nord attuale, con un baricentro spostato tra Groenlandia e Canada, e un Mar Artico leggermente defilato.

La vita dei gruppi umani era gradevole tra le basse montagne ondulate che abbracciavano immense praterie in cui pascolavano i buoi muschiati. Le mattine erano tiepide e dorate, senza zanzare e prive di vento, mentre dai promontori erbosi i fiumi parevano soltanto distese intrecciate di placidi ruscelli argentei.

Alcuni giorni in cielo non c’erano nubi; poi ne appariva una, adagiata su una soffice falda innevata, la seguivano altre, simili a batuffoli di lana vaporosi, finché da un tumulo di massi neri e ruggine giungeva il rumore del vento che finiva talvolta per trasformarsi in tempesta.

Il sole scompariva allora alla vista e una specie di prolungata penombra faceva apparire gialli l’erba e il muschio. I ghiacciai diventavano di un grigio vitreo, adorni di scalini a cascate. Il vento cresceva, con folate man mano più forti, l’erba tremava di freddo e il cielo si faceva sempre più scuro. Emergevano in quei momenti i foschi presagi di un’epoca disastrosa, nessuno sapeva dire perché, ma subito dopo se ne andavano e la vita continuava a scorrere felice. 

Trattando il tema delle Origini del presente Ciclo umano tutte le narrazioni tradizionali parlano di un giardino paradisiaco situato «a oriente» (un’espressione aperta usata dalla versione biblica dei Settanta per indicare l’epoca antichissima che precedette la Storia) e di un orizzonte geografico identificato con il «Nord». Secondo queste fonti sarebbe maturata in questo contesto l’Età Aurea, all’incirca 52.000 anni fa, ad opera di una civiltà umana che viveva in una dimensione così «alta» da sembrare quasi fatta d’aria. Uscirebbe dal ricordo degenerato della coscienza non polarizzata di questi esseri cresciuti all’ombra di alberi grandi come l’universo il Mito dell’Androgino destinato ad attraversare le epoche successive.

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C’era una volta un’isola felice

 

Sul serio oltre l’82° parallelo c’è stato un mare libero dai ghiacci con al centro un’isola formata dal più grande cono vulcanico del mondo? Gli scettici potrebbero obiettare che l’isola e la montagna sono immagini di repertorio. In un contesto di perfezione come quello accordato all’Età Aurea è giocoforza idealizzare un mondo in miniatura (l’isola) non piatto ma spiritualmente verticale (la montagna).

Grande o piccola che sia l’isola è un microcosmo che si lascia gestire facilmente, essendo la sua geografia chiaramente delimitata, come anche il numero di persone e di storie con cui l’isolano si deve rapportare. Su una terra solitaria in mezzo al mare la vita è più semplice, un senso di autocontrollo s’insedia nel corpo e il cuore è libero di esprimersi.

Così Daniel Defoe commentava l’esistenza di Robinson Crusoe, il quale si rese conto di poter essere più felice da solo sull’isola che in qualunque altro posto della Terra in compagnia dei suoi simili. In quel luogo miniaturizzato non gli mancava nulla, era libero come un insetto fluttuante nell’aria e pensava a se stesso come al re del proprio regno.

Anche se, rispondendo alla sua imperfetta natura umana, lo sconforto gli faceva vedere talvolta la sua solitudine come un castigo divino, e allora s’indispettiva nel sentire il pappagallo ripetere: “Poor Robin Crusoe! Where are you? Where have you been?”. La vera paura, comunque, lo prese una volta soltanto: quando scoprì delle impronte umane sulla sabbia.

Tendenzialmente una comunità coesa che vive in pace con se stessa mira all’indispensabile, non le servono oggetti superflui, aspirapolvere ed elettrodomestici, metropoli complete di centri direzionali con grattacieli e superstrade che li colleghino, supermercati e discoteche. Agli isolani la Natura basta e avanza per «vivere leggeri come l’aria», e questo potrebbe spiegare la scarsità di resti archeologici capaci di testimoniare la presenza di insediamenti polari in età remote. Ma è chiaro che sotto milioni di metri cubi di ghiaccio potrebbe esserci qualsiasi cosa, se ne riparlerà dopo il disgelo.   

 

 

Ritrovamenti

 

Fino ad oggi l’estremo Nord del mondo, non promettendo guadagni immediati, è stato il grande escluso dall’attenzione degli archeologi finanziati dalla classe mercantile e imprenditoriale. Solo con l’affermarsi del colonialismo la scienza cominciò a reclamare nuove specie di piante da studiare, animali e popolazioni da identificare, analizzare, catalogare, importare da tutto il mondo, e allora l’attenzione (o avidità?) umana si rivolse finalmente verso le inesplorate regioni polari, siamo tuttavia ancora lontani dal sapere cosa nascondono i ghiacci.

Al momento attuale, ossia fino al prossimo colpo di vanga, la presenza umana è attestata attorno ai 50mila anni fa nel sito canadese di Old Crow nello Yukon, oltre il circolo polare artico, e attorno ai 40mila anni fa nella Russia artica europea di Mamontovaya Kurya.

Ritrovamenti in costante aumento confermano nella Siberia orientale la presenza di erbivori di grossa taglia e di insediamenti umani 20-35mila anni fa sia sul delta del fiume Yana, che sfocia nell'Artico, sia lungo il poco distante fiume Lena. Non erano sepolte dal ghiaccio né la penisola di Jamal, né gran parte della penisola del Tajmyr, dove sono emerse tracce di mammut a partire da 40mila anni fa, fino alla fine dell'Era Glaciale.

Queste ed altre evidenze preistoriche confermano le numerose narrazioni tradizionali diffuse in gran parte dell’Eurasia che collocano sul tetto del mondo il luogo primordiale e perfetto. Il «punto di partenza». Liquidare tutto questo come futile letteratura è un peccato di superbia, o un’ammissione d’ignoranza, dipende da che parte si guarda la faccenda. Equivale a dire che migliaia di anni fa tutti i narratori della Terra si sono dati appuntamento a un convegno internazionale per fissare una volta per tutte il «Luogo dell’Origine», hanno messo ai voti la decisione, raggiunto un accordo e sottoscritto il documento. Cerchiamo di non dimenticare che la narrativa tradizionale al massimo può essere una conseguenza, non è mai la causa. 

(1 – continua)

LA MISTERIOSA MAPPA
DI 120 MILIONI DI ANNI FA 
Russia, l'università di Bashkir:
scoperta inspiegabile, l'uomo è comparso sulla Terra solo 70 mila anni fa

MOSCA - Scienziati russi hanno annunciato di aver trovato nella regione degli Urali una grande lastra mineraledi origine artificiale che ritengono vecchia di 120 milioni di anni e che riporterebbe una mappa geografica in rilievo della regione. Lo ha riferito il professor Aleksandr Chuvyrov, della facoltà di chimica dell'Università di Bashkir, nella repubblica russa dei Bashiri, secondo il quale la mappa tridimensionale potrebbe essere stata realizzata solo grazie a prospezioni aeree.

SCOPERTA INSPIEGABILE - Secondo quanto ha detto Chuvyrov all'Ansa, confermando informazioni pubblicate dal quotidiano Pravda Online, «la lastra sarebbe solo un frammento di un'enorme mappa di tutta la Terra che, data l'ipotizzata età del manufatto sconvolgerebbe tutte le conoscenze attuali». L'uomo di Neanderthal comparve sulla Terra 75.000 anni fa. Chuvyrov, 53 anni, ha detto di non voler suggerire un'origine extraterrestre, ma definisce «inspiegabile» la mappa.

LA LASTRA PESA UNA TONNELLATA E MEZZO - La lastra, alta 148 centimetri, larga 106, spessa 16 e pesante 1,5 tonnellate è formata da tre strati sovrapposti di dolomite,diopside e porcellana.È stata rinvenuta nella località di Chandar,negli Urali, nel 1999 ma se ne è avuta notizia ora. La mappa, secondo quanto indica lo scienziato russo, riporta la identificabile geografia antica della regione, più quelle che appaiono come opere di ingegneria con sistemi di canali e dighe.

ISCRIZIONI IN UNA LINGUA SCONOSCIUTA - Vi sono inoltre iscrizioni in una lingua geroglifico- sillabica di origine sconosciuta. All'inizio gli scenziati russi ritenevano che potesse risalire ad alcune migliaia di anni fa, ma poi sono state ritrovate incastrate negli strati conchiglie fossili che risalgono fra i 50 e i 120 milioni di anni fa. L'età sarebbe confermata anche dalla configurazione dei fiumi e canyon come sarebbero stati decine di milioni di anni fa. La mappa, secondo gli scienziati russi, non potrebbe essere stata realizzata a mano, ma verosimilmente con strumenti di alta precisione e grazie a prospezioni aeree.

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Le pietre di Ica
In una biblioteca di pietre la storia misteriosa di una 
«Umanità diversa» vissuta 65 milioni di anni fa

Cornelia Petratu (Autore) 
Bernard Roidinger (Autore) 
C. Tarantino (Traduttore)
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E' una biblioteca di pietre incise che traccia una storia di una umanità vissuta 65 milioni di anni fa. Ica è una località del Perù non lontano dai famosi altopiani di Nazca, sui quali sono state rinvenute le piste figurate che secondo alcuni potevano essere utilizzate dagli extraterrestri. Un nuovo grande mistero, una storia delle origini dell'uomo finora sconosciuta.

Cronaca di Akakor

Mito e saga di un antico popolo dell'Amazzonia 

Karl Brugger (Autore) 
G. Filangieri (Traduttore)
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Karl Brugger riporta un racconto, trasmessogli oralmente, che dopo dubbi iniziali gli è parso autentico. Akakor, situata tra Brasile e Perù, sta aspettando di essere scoperta. Il libro racconta la storia dei popoli che abitavano la città e risale a 12.000 anni fa. Finora non si conosce data più remota di una testimonianza trasmessaci di una civiltà altamente evoluta. Tatunca Nara, sovrano e principe del popolo degli Ugha Mongulala, racconta la gloriosa ma anche tragica storia del suo popolo. Ci parla di una civiltà molto evoluta, fondata su un sapere divino e, sotto molti aspetti, superiore a quello dei Maya e degli Inca.

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