Veder crescere le pietre

di Dalmazio Frau

 

Chi scrive ha innanzitutto una confessione da fare: Ho trascorso molti anni del mio passato a “fare il giapponese” o “er bushi de no’antri”, praticando arti marziali come l’AikiDo Shishontoitsu, lo IaiDo e un po’, ma proprio un po’, di Kendo, nonché a interessarmi con passione e forse anche amore, a molte espressioni artistiche del paese di Yamato, soprattutto ovviamente alla pittura. Questo perché lo scrivente ha sempre trovato essere il Giappone, con la sua misteriosa e affascinante storia, l’unico paese orientale estremamente simile all’Europa Occidentale. Come il nostro vecchio mondo infatti, anche loro hanno un tempo, un illud tempus, di miti basati sugli antichi Déi, come noi i giapponesi hanno avuto un feudalesimo con caste incentrate su quella guerriera e quella sacerdotale, un mondo imperniato sulla Bellezza e sull’Estetica e quindi sull’arte, sulla poesia e sulla musica. Il Giappone ha inoltre conosciuto una forma di “ascesi mistica” che per certi versi è vicina a quella cristiana del nostro Medioevo, anche se a prima vista parrebbe proprio il contrario. Insomma, allora per me il Giappone era tutto fuso con l’Occidente, e soltanto in seguito ad una mia presa di coscienza avvenuta – fortunatamente - intorno ai 24 anni, ho capito, anzi ho compreso che mai sarei stato un bushi, mai avrei potuto diventare un giapponese e allora proprio per amore di quel mondo ho scelto di accettare pienamente il mio essere europeo, occidentale, paganamente cristiano, con tutto il bagaglio culturale grecoromano, celtico, norreno, mediterraneo e poi medievale, rinascimentale e barocco che esso comporta, sia nelle arti sia nelle vie marziali. Adesso, almeno su questo, sono in pace con me stesso e posso con affettuoso distacco amare l’arte del Paese degli Dei senza sentirmi scisso nella mia essenza di uomo del Rinascimento, ma anzi con la consapevolezza più profonda di quanto le due visioni abbiano in comune.

Per esempio a proposito proprio del Suiseki, pochissimi forse avranno colto quali straordinarie similitudini esistono tra le sue “pietre” e le rocce dipinte da Leonardo da Vinci. Basterebbe osservare con diverso occhio proprio una delle tre versioni de La Vergine delle Rocce per comprendere come la visione della pietra di un artista assoluto del nostro XV secolo, sia parallela a quella di un altro artista, monaco o laico, appartenente al Giappone dello stesso periodo. Luoghi lontanissimi nello spazio eppure così vicini nello spirito.

Il Suiseki mi ricorda sempre quel che diceva un mio Sensei cercando d’insegnarci la “meditazione”, soprattutto a me così poco incline a star fermo davanti a qualcosa che “non fa niente”, e cioè: «Imparare a veder crescere le pietre». Confesso di non esserci mai riuscito.

Scrivo in merito brevi tracce per coloro che s’imbattessero in quest’arte e non la conoscessero, invitandoli ad approfondire però maggiormente se poi interessati andando oltre queste mie note sintetiche

Suiseki è letteralmente traducibile come “pietra lavorata dall’acqua“ ed è sic et simpliciter quell’arte nipponica - proveniente dalla Cina che è madre di tutto ciò - di disporre quelle pietre, trovate in un ambiente naturale ed aventi un particolare aspetto vuoi d’animale, di oggetto oppure paesaggistico, in una maniera esteticamente gradevole a colui che osserva e dunque in grado di favorire la meditazione. Loro caratteristica – che le differenzia dunque da un processo di lavorazione alchemico-ermetica occidentale – è che tali pietre non devono essere mai lavorate dalla mano dell’uomo per far loro assumere una determinata forma. Nel Suiseki la forma naturale è sostanza, quindi, per esempio, pietre nere levigate dall’aria e dall’acqua evocano visioni nelle meditazioni dei “filosofi”, ma anche suggestioni in coloro che semplicemente le guardano con gli occhi del cuore.

I Suiseki sono piccoli giardini di pietra, roccia e sabbia contenuti un un microcosmo, sono una raffigurazione dell’”infinitamente piccolo” e dell’Universo al tempo stesso, così come il Bonsai è una quercia in miniatura, ma sia nella pietra sia nell’albero risiedono comunque i Kami della tradizione shintoista.

In Giappone, le pietre  adatte al Suiseki sono selezionate in base a ben precisi criteri: La loro forma, la grana della loro superficie ed il loro colore  hanno grande importanza perché manifestano all’esterno altre qualità più nascoste, quali la sobrietà, la solidità, la tranquillità sino alla solitudine che conduce ad un profondo distacco dalle cose contingenti. Il ritratto della Natura, la sua simbolica e armonica bellezza apparentemente preda del caos, devono essere il soggetto predominante dell’arte del Suiseki. L’uomo nella visione shintobuddista – così com’è del resto in ogni civiltà d’impronta tardizionale e dunque come era anche nella nostra d’un tempo – non è separato, avulso dalla Natura, ma ne è parte integrante. Paracelso, questo lo sapeva molto bene e leggerne i trattati dimostrerebbe, ancora una volta, una non distante visione tra un Occidente pienamente tradizionale e un Oriente che sembrerebbe aver solo lui mantenuto questo aspetto di sovrannaturale comprensione del Cosmo. Infatti il Suiseki – come l’Alchimia – si basa sulle forze naturali, sugli Elementi di aria, acqua, terra e fuoco, più, questo per il Giappone e l’Estremo Oriente, altri due che sono il Metallo ed il Legno. Paracelso ci insegna che anche le pietre sono esseri viventi, ma così è per il mito greco o quello nordico… perciò tutto è una sola cosa.

Una composizione Suiseki in apparenza e agli occhi di un profano abituato a vedere ma non a guardare, non è nulla più di un semplice pezzo di roccia o di pietra su un supporto di legno lavorato, ma la capacità di osservazione di questa creazione del tutto naturale cresce, in genere, con lo sviluppo spirituale dell’individuo stesso che vi si dedica, estendendosi nei profondi golfi dello spirito umano e generando a volte in un sentimento di riposo e di maggior ricchezza per la propria anima. 

Luogo d’incontro e sintesi tra lo spirito e l’arte, tra la meditazione e la visione, tra l’Oriente nipponico e il nostro Occidente, il Suiseki si rivela sempre più essere un aporta da attraversare, un non luogo dal quale partire per un viaggio immobile verso la conoscenza della Natura e della propria interiorità. E tutto questo davanti a una semplice, umile, pietra lavorata dall’acqua.

 

Dalmazio Frau

Roma 27 gennaio 2017

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Dalmazio P. Frau è nato su un'isola antica e misteriosa come è la Sardegna, più precisamente a Sassari il 28 Giugno 1963, pertanto è un Cancro con ascendetente Sagittario, con la Luna in Bilancia, Venere in Gemelli, Giove in Ariete e via discorrendo. Dicono le "cronache" che abbia cominciato a disegnare all'età di tre anni o poco meno. Da allora non ha più smesso. Non volendo sostenere gli esami di Diritto, a lui particolarmente invisi, finalmente muta il suo Corso Universitario in Lettere con indirizzo Artistico, finendo così per diventare un polemico Storico dell'Arte Medievale. Frequenta alcuni corsi professionali di formazione, a Milano, per Grafico Pubblicitario, Marketing e Comunicazione d'Immagine con ottimo profitto. Da sempre appassionato di Letteratura Fantastica, Arte e Fumetto conosce il grande Maestro Karel Thole che troppo benignamente lo prende a ben volere e lo tiene "a bottega" nel suo studio insegnandogli i rudimenti del mestiere dell'Illustratore. In seguito Dalmatius diverrà allievo di Oscar Chichoni e Donato Giancola del quale frequenta con profitto un corso a Philadelphia. Comincia a lavorare come Illustratore Professionista per numerose case editrici soprattutto americane e inglesi e nel contempo svolge attività di insegnante di tecniche artistiche legate all'Illustrazione e attività di Grafico Pubblicitario.

Studioso d’Arte, di Miti, Simboli ed Ermetismo nella Tradizione Europea, ha scritto L’Arte Ermetica. Bosch. Brueghel, Dürer, Van Eyck per le Edizioni Arkeios (2014); per le Edizioni Simmetria il saggio Senza arte né parte. Come evitare l’arte contemporanea e vivere felici (2012) e L’Arte spiegata a mia cugina. Pensieri sull’Arte nella Tradizione, nella Politica, nel Fantastico, in pieno Kali Yuga per le Edizioni Tabula Fati (2015), Scrive per Totalità, Il Giornale OFF e La Confederazione Italiana. Vive a Roma con sua moglie archeologa e un gatto certosino di nome Conner.